La quimera de los heroes
E' molto raro vedere film che parlano di sport, riqualificandone il valore. In Italia lo sport e la cultura sembra che debbano essere due cose assolutamente separate (film su qualsiasi disciplina sportiva si possono contare sulle dita di una mano). E invece io penso che il sudore, la tecnica, le aspettative e tutta la letteratura costruita sullo sport (Gianni Brera, Beppe Viola ecc.) debbano appartenere di diritto al mondo della cultura.
Il film di Daniel Rosenfeld vuole far vedere come il giuoco del rugby serva a far sì che si crei una coscienza, se non di classe, almeno di gruppo. Strutturato come un documentario (ve lo ricordate quello su Cruyff diretto dal grande Sandro Ciotti?), "La quimera de los heroes" narra la preparazione di una squadra di nativi del posto da parte di un allenatore alquanto curioso. Questo personaggio (interpretato dal bravissimo Eduardo Rossi) sembra che viva perennemente in un telefilm della serie "Saranno famosi". Si rivolge ai suoi giocatori con quelle frasi tipicamente americane eppure nello stesso tempo è un personaggio estremamente genuino. Vorrebbe essere la Lydia Grant del famoso telefilm e invece finisce con l'essere il Walter Matthau di "Arrivano gli orsi". Riesce a ottenere tutta la nostra simpatia anche se sembra un mezzo reazionario. Colleziona cimeli della seconda guerra mondiale e da quando ha visto il museo dell'olocausto ha cambiato il modo di vedere le cose (contrario alle idee dei genitori socialisti, in un secondo tempo le ha accettate). Quindi un uomo con delle contraddizioni forti che lo rendono più umano.
Il suo desiderio più grande è riuscire a far sì che gli aborigeni che allena riescano ad avere fiducia in loro stessi attraverso lo sport (non si può dimenticare che lo sport è un grandissimo mezzo di aggregazione). Quello che importa è che queste persone siano considerate persone, lontano da tutti i pregiudizi purtroppo presenti anche in Argentina, e per far questo devono credere in sé stessi. Ed è perciò che il film non si incentra sulla competizione (la partita con la rappresentativa ufficiale argentina), ma su come ci si arriva. Anche se l'allenatore continua a ripetere come un invasato che l'importante è vincere e non partecipare, sa benissimo in cuor suo che i ragazzi hanno già vinto (tra l'altro la partita che abbiamo aspettato per tutto il film ha un tempo cinematografico di pochissimi minuti e non si riesce neanche a capire bene chi vince).
Quindi lo sport è visto anche come una metafora del crescere, l'amicizia (qui si parla di uno sport di squadra dove ognuno deve lavorare anche per i compagni), un'alternativa alla strada, dove purtroppo molti aborigeni finiscono. Non c'entra niente con la politica, i soldi, il doping e tutto questo schifo che avvelena un'idea che di partenza è straordinaria.
E visto come stanno le cose, voi pensate che in Italia sia possibile realizzare un film così? Io no.

Renato Massaccesi

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