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Lanterna Verde











Quello che caratterizza gli eroi (super) di entrambe le scuderie – quella della DC Comics, in questo caso, come anche quelli della più nota e prolifica Marvel, è un dato di inestricabile interiorità, una problematicità esistenziale che li connota rendendoli apparentemente più vulnerabili o comunque più vicini alle umane debolezze. Come i vari Spiderman o Iron Man (il primo per lo meno) o Superman e Batman anche Lanterna Verde sembra soffrire di un peccato originale che ne condizionerà poi l’intera esistenza. Connotazione che un regista navigato come Martin Campbell (2 "007" alle spalle ed altri action movie di successo) rappresenta con attenzione introducendoci ad un personaggio (Hal Jordan/Lanterna Verde) che tutto avrebbe voluto fare tranne che il supereroe, sulle cui spalle grava la salvezza dell’intero genere umano e addirittura dell’universo. Come molti suoi colleghi, non sceglie ma viene scelto, una luce verde lo individua tra miliardi di esseri dell’universo come l’unico che potrà opporsi al male che inghiotte pianeti dopo pianeti. Inizia così la doppia vita di Hal Jordan (la cui mascherina è però davvero ridicola per celarne i tratti, anche se la sua fidanzata ci mette buoni cinque minuti per riconoscerlo...) ed iniziano i suoi voli interstellari verso il pianeta Oa dove vivono gli Immortali e dove verrà addestrato dalle migliori Lanterne Verdi dell’universo.
Il film scorre bene e rispetto ad altre opere analoghe ha il pregio di concentrare in soli 105 minuti tutto quello che c’è di importante da sapere senza inutili lungaggini come scene d’azione infinite o duelli rusticani all’ultimo sangue. La colorata scenografia – fumettistica senza risultare grottesca – inquadra gli umori della storia che si racconta e i personaggi in cui essa si muovono risultano sufficientemente credibili – sempre nell’ottica di una storia di cartone – senza essere farseschi o eccessivamente caricati.
Il cast – a partire dal protagonista Ryan Reynolds (Deadpool in "X Men le Origini – Polverine" e soprattutto "Buried – Sepolto") è ben diretto e di buona levatura: fra di essi Tim Robbins, Mark Strong e Peter Sarsgaard.
Il finale, come nella migliore delle tradizioni, è aperto a qualsivoglia sequel.

La frase:
"Non mi sento molto a mio agio con la parola 'eroe'".

a cura di Daniele Sesti

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