L'aimée
(Venezia 31/8/2007) La 64a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia ospita nella sezione "Orizzonti", una vetrina per le nuove tendenze e sperimentazioni, il regista francese Arnaud Desplechin, specializzato in cortometraggi, medio e lungometraggi.
Ora presenta al pubblico del Lido il suo nuovo documentario, un corto di 70 minuti: "L'Aimée".
L'opera prende spunto dal fatto che il padre del regista ha venduto la casa di famiglia e deve preparare tutto per il trasloco, lentamente dai diversi oggetti di casa e soprattutto dalle vecchie fotografie riaffiora la storia di famiglia. Il padre apre i cassetti e gli armadi, va in soffitta ed è sommerso dai ricordi e inizia così il racconto e il dialogo fra padre e figlio nel tentativo di ricostruire il passato. E' la figura della madre "Thérèse", morta quando lui aveva appena 18 mesi a turbare l'anziano e a spingerlo a parlare di lei al figliolo mostrandogli le fotografie ingiallite e la sua corrispondenza soprattutto quando era in sanatorio. I quadri si alternano fra padre e figlio che indagano fra gli oggetti e le carte di casa e le scene dei tre bambini del regista che giocano in casa del nonno lasciando gli adulti alla loro memoria. Pezzo dopo pezzo tutto è ricostruito a grandi linee: Thérèse è la più piccola di tre sorelle, appena diplomatasi come infermiera si sposa e presto dà alla luce Lolo, il suo primogenito, ma subito dopo è costretta ad andare in sanatorio a causa della tubercolosi. Le sue lettere sono struggenti e appare chiaro l'amore profondo che prova per suo figlio che può vedere solo da lontano e come la famiglia di lei cerchi di star vicino al piccolo e alla giovane moglie. Dal carteggio trapela l'angoscia forte di non poter stare vicino ai suoi cari, il suo bisogno d'affetto soprattutto dal momento che si trova in un posto dove sono tutti come lei, poi lentamente l'amore per la famiglia resta e sembra intensificarsi, ma la morte è diventata ormai una banalità. Una voce fuori campo legge le lettere del marito, Alphonse in cui racconta della morte della moglie, di cosa ha provato nel ricevere la notizia della sua morte, chiamandola "L'Amata". Il piccolo Lolo che va a vivere stabilmente dalla nonna paterna, ma spesso soprattutto nei fine settimana va nella casa materna con le zie più giovani, una casa decisamente più allegra. Tutti nel tempo hanno raccontato qualcosa di Thérèse a Lolo, soprattutto le zie che lo hanno cresciuto come figlio loro e poi la seconda moglie del padre, che pur avendolo adottato non gli ha mai permesso di farsi chiamare mamma non volendo sostituirsi a Thérèse, che lei diceva di aver conosciuto. E' un'opera toccante, che mostra l'amore di una madre per il proprio figlio, la disperazione e la speranza, ma soprattutto un documento importante per il regista. Forse quando i tre bambini che si vedono giocare nel cortometraggio saranno grandi magari grazie a questo documentario sapranno e sentiranno di appartenere a qualcosa e avere anche loro posto nel vasto mondo.

La frase: "Che uomo sono, se non sono stato in grado di proteggere l'Amata".

Federica Di Bartolo

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