La fabbrica dei tedeschi
Prima la fabbrica torinese si chiamava "Fiat Ferretti" poi ha cambiato nome in "Finsider", per essere poi acquistata dai tedeschi diventando la "ThyssenKrupp", nonostante il cambio del nome però ha sempre prodotto il migliore acciaio del mondo.
Il regista Mimmo Calopresti presenta a Venezia nella sezione Orizzonti "La fabbrica dei tedeschi", un film documentario sulla tragica notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 a Torino alla fabbrica d’acciaio ThyssenKrupp. Attraverso testimonianze e interviste cerca di raccontare la vita che si svolgeva in quella struttura industriale poco prima della sua definitiva chiusura tentando così di non far dimenticare l’insulsa morte di 7 operai. Erano tutti lì per lavorare, fra i rumori assordanti e l’olio delle macchine in un posto poco illuminato, ma ora non ci sono più a causa dell’incuria e dell’indifferenza di chi doveva controllare. Nel prologo della pellicola alcuni attori come Valeria Golino, Monica Guerritore, Luca Lionello, Silvio Orlando, Rosalia Porcaro, Vincenzo Rosso e Giuseppe Zeno impersonano i parenti delle vittime rievocando gli ultimi momenti di vita quotidiana prima della tragedia. La fabbrica di Corso Regina Margherita 400 a Torino improvvisamente diventa l’inferno e la tomba di persone comuni che vi lavoravano per sostentare le proprie famiglie, per dare loro un futuro, dove erano costrette ogni giorno ad affrontare e risolvere problemi anche al di fuori delle loro competenze. L’acciaieria ormai era considerata non più produttiva e doveva essere spostata a Terni, ma mentre si svolgevano i lavori di smantellamento della struttura, al suo interno ancora si lavorava utilizzando degli impianti decisamente molto vecchi. Era diventata un vero e proprio cantiere senza però alcun tipo di controlli sui livelli di sicurezza. Più volte gli operai delle varie linee di lavorazione avevano parlato con i superiori dell’assenza dei sistemi di sicurezza, degli incidenti sul lavoro che loro dovevano affrontare ogni giorno e che erano costretti a risolvere, anche se non era compito loro. Cosa hanno portato quelle segnalazioni? Nulla, come spiega uno dei colleghi delle vittime, se non si tornava a lavoro si era minacciati di una sanzione disciplinare. Anche se la fabbrica era in dismissione dato che ancora vi si continuava a lavorare i controlli dovevano essere addirittura raddoppiati, ma l’indifferenza e la sordità dovuti al desiderio e allo scopo di guadagnare di più sono state fatali. I volti dei familiari e amici dei congiunti lasciano spazio alla cronaca con la città indignata che scende per le strade annunciando lo sciopero e chiedendo risposte e scuse per quanto è successo.
"La fabbrica dei tedeschi" è la testimonianza di una tragedia, il documentario è ben costruito non vi sono tagli netti fra le varie parti che lo compongono, ma forse il tentativo del regista di far commuovere lo spettatore non appare riuscito. Si nota un tentativo di aggiungere una venatura malinconica usando come strumento anche la musica, ma non riesce ad affermare il giusto "pathos".
Questa tragedia sicuramente poteva essere evitata, ma quanto è dissimile dalle altre morti sul lavoro? La realtà è che questa situazione si è verificata non solo per la "disattenzione" dei gestori, ma è stata anche favorita dalla stessa legge italiana che non protegge i lavoratori. E’ sconcertante scoprire che al giorno d’oggi la classe operaia non sia tutelata: se al termine dell’orario di lavoro non si è presentato il sostituto del turno successivo il lavoratore è costretto a lavorare altre ore per coprire il turno del collega... si piò arrivare a lavorare per ben 16 ore consecutive fra i rumori assordanti dei macchinari. "La fabbrica dei tedeschi" è un tassello nella storia dell’uomo per non dimenticare mai.

La frase: "Non c’è più sicurezza ci hanno abbandonato a noi stessi".

Federica Di Bartolo

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