La dea del '67
"I want to buy a Goddess"
Inizia con questo messaggio e-mail, inviato in rete da JM, giovane giapponese di Tokyo, il film di Clara Law, presentato al 57º Festival di Venezia con successo e con una coppa Volpi alla protagonista, Rose Byrne.
JM però non sta cercando una donna ma una automobile: la leggendaria Citroen DS, uscita in Francia nel 1967 in solamente 1 milione e mezzo di esemplari, e in virtù della pronuncia francese, la Déesse, divenne per tutti "la Dea", the Goddess. Riesce a trovarla alla fine, l'auto dei suoi sogni, e dopo aver affidato i suoi amati rettili alle cure di un'amica ed aver rubato una grossa somma di denaro via Internet parte per l'Australia.
Al suo arrivo scopre che l'uomo che gli ha venduto la macchina ha sterminato la famiglia prima di suicidarsi. Nella casa dalle mura ancora sporche di sangue trova una giovane dai capelli rossi e cieca, BG, che si offre di portarlo dal vero proprietario della macchina.
Comincia così un lungo viaggio attraverso il paese, durante il quale i due protagonisti ripercorrono le fasi più importanti della loro vita: la drammatica infanzia della ragazza, che si rivela attraverso dei flashback depurati dal colore, e il doloroso ricordo, confessato con pochissime parole, che ha spinto JM a lasciare il Giappone.
La storia di JM e BG è raccontata soprattutto attraverso un'accurata fotografia che spesso si sostituisce alle parole, riducendo i dialoghi a lunghi silenzi.
Il fascino che la regista ha subìto da quella terra lontana è evidente: gli ampi spazi e i colori decisi - il cielo d'un gelido blu attraversato da compatte nubi bianchissime o i campi verdissimi - raccontano la realtà senza mezzi termini. Le algide immagini di Clara Low però non ritraggono solamente la normale oggettività ma, e soprattutto, lo stato emotivo e spirituale delle cose e delle persone; il monocromo dei ricordi, contiene il profondo senso del silenzio che sostiene tutta la drammaticità degli eventi. Uno studio attento il suo perché le immagini nella loro totalità, e al contempo nella loro singolarità, devono raccontare tutta l'interiorità dei protagonisti, come a volte le parole non riescono a fare, e descrivere la progressione da un mondo reale ad uno dell'immaginazione: "Non era la realtà del viaggio che volevo; l'estetica del film voleva rappresentare una progressione. A partire da qualcosa di naturalistico fino a qualcosa di sempre più astratto e interiorizzato: frammenti di immagini, come una strada o un lampione, e uno strato di colore o un'immagine annebbiata".
Questo trionfo della fotografia non nasconde la poca originalità della storia, oltre a ricordare i racconti dalle gelide atmosfere di Banana Yoshimoto.
Quando però la scena si sposta negli interni, e le luci diventano gialle e giocano con lo scuro delle ombre, allora si può godere di momenti di vera commozione che rivela più facilmente e con meno orpelli la fragilità dei due eroi.
Senza dimenticare l'automobile, "motore" dell'avventura e non solo.
Curiosità: la DS divenne famosa soprattutto per aver salvato la vita al presidente della Repubblica francese di allora: Charles de Gaulle. Durante un attentato riuscì a fuggir via grazie ad un'automobile, una DS, che si trovava nelle immediate vicinanze.

Valeria Chiari

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