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La danza della realtà











Sarà vero che Dio non esiste e che, in realtà, si muore soltanto e si imputridisce?
È uno degli interrogativi destinati ad emergere nel corso del settimo lungometraggio diretto dal cineasta cileno classe 1929 Alejandro Jodorowsky, autore, tra gli altri, di “El topo” (1970), “La montagna sacra” (1973) e “Santa sangre” (1989).
Due ore e dieci di visione volte a concretizzare un esercizio di autobiografia immaginaria tranquillamente considerabile come l’”Amarcord” (1973) di colui che mancava da dietro la macchina da presa dai tempi del poco celebrato “Il ladro dell’arcobaleno” (1990), interpretato da Omar Sharif e Peter O’Toole.
Due ore e dieci di visione che, con immancabile coinvolgimento di nani, portatori di handicap e freak assortiti, intendono tracciare l’affresco di un’esistenza che esalta, al di là di ogni misura, le potenzialità dell’essere allo scopo di rifiutare i limiti dell’immaginario e della ragione e di risvegliare il capitale di trasformazione della vita che si trova in ciascuno di noi.
Perché, come c’era da aspettarsi, nel raccontare su schermo della educazione molto dura e violenta cui venne sottoposto nella cittadina di Tocopilla, colui che esordì tramite “Il paese incantato” (1968) non si limita a mettere in piedi un classico biopic, ma, ricorrendo ad abbondanza di ironia, reinventa la propria famiglia – concentrandosi particolarmente sul percorso del padre, fino alla redenzione – e concretizza un consueto universo visivo, barocco e delirante.
Universo al cui interno la madre dagli enormi seni (altro probabile riferimento felliniano) si esprime quasi esclusivamente cantando, come se si trovasse sul set di un musical, oltre ed intraprendere una danza con il piccolo protagonista completamente pitturato di nero, il quale viene anche sottoposto ad un intervento sui denti senza anestesia.
Fornendo soltanto due delle assurde, simboliche situazioni che, come pure quella meno chiara in cui abbiamo un amplesso condito d’urina o la sequenza con cadavere parlante ricoperto di bigattini, provvedono ad infarcire un movimentatissimo, cromaticamente ricco sogno da Settima arte atto, tra l’altro, a ribadire che non c’è domani quando c’è fame oggi; ma destinato in particolar modo a testimoniare la capacità jodorowskiana di rimanere fedele ai suoi stilemi filosofico-surreali degli anni Settanta, aggiornandoli, allo stesso tempo, secondo le moderne tecniche di narrazione su celluloide e sbattendosene anarchicamente, ancora una volta, delle regole dello show business.

La frase:
"L’anima è un tesoro, il nostro Dio interiore".

a cura di Francesco Lomuscio

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