Kotelnitch
L'autore del romanzo che ha ispirato il film di Nicole Garcia, "L'avversario", presentato lo scorso anno a Cannes, ci propone ora una storia "visiva".
Presentato nella sezione nuovi territori, questo lungometraggio più che un film, può essere considerato, infatti, un racconto. Il racconto di come un uomo, che voleva liberarsi di un fantasma del passato, si sia imbattuto in una storia che, dissipando la nebbia dei ricordi, ha contribuito al nascere di nuove emozioni.
Partito per la Russia, con la sua troupe, per documentare le vicende di un vecchio soldato ungherese che, dato per morto nella seconda guerra mondiale, viene ritrovato vivo in un istituto per malati mentali russo, Carrere si scontra con storie di "ordinaria quotidianità" che catturano la sua attenzione.
Servizi segreti, vodka e freddo sono gli ingredienti che condiscono questa storia triste e malinconica, in cui la tragedia e il dolore vengono vissuti con una dignità che ci lascia quasi esterrefatti. Le scene essenziali, a volte addirittura scarne, ci mostrano una realtà che cozza con l'immagine che si ha della "nuova Russia". Povertà e miseria sono ancora fortemente radicate, soprattutto in un posto come Kotelnitch, alle porte degli Urali, dove la vita scorre lenta e intrisa di una certa nostalgia per un passato non troppo lontano. La triste vicenda di Ania, una ragazza giovane e allegra, che viene brutalmente assassinata insieme al suo bambino, da un pazzo con un'ascia, è il canovaccio su cui lo scrittore (ora anche regista) dipana i suoi ricordi, le sue preoccupazioni, i suoi propositi.
Ancora una volta, come era accaduto per "L'avversario", è la realtà a volte triste, altre incomprensibile o addirittura assurda, ad ispirare e colpire la fantasia dell'autore. Il progetto iniziale viene sconvolto da questa tragica vicenda, tanto che tutte le riprese effettuate prima dell'omicidio, vengono montate solo in parte. Vengono tenute, invece, tutte le scene in cui c'è Ania, e con l'uso di queste, si cerca di confortare la madre, il suo ragazzo e tutti quanti le avevano voluto bene.
E' una storia semplice, narrata in modo semplice. Sono banditi orpelli e lustrini.
E' bandito tutto ciò che viene urlato. La dignità di questa gente povera, indifesa di fronte a qualcosa che trascende la loro comprensione, è disarmante. Il ritmo, inevitabilmente lento, ben si adatta ad una fotografia che predilige i toni freddi del blu e del grigio. La musica, quasi assente, ci accompagna con ninne nanne e vecchie nenie, in un viaggio fra sentimenti semplici di gente semplice.
Le inquadrature prediligono i primi piani, la macchina da presa si sofferma soprattutto sul volto delle persone per cogliere anche l'espressione più segreta, quasi come se si proponesse di fare un'analisi approfondita della personalità di ognuno. E' un film su un film che non verrà mai fatto, è la storia di come nasce una storia, di come un'idea si evolve e si modifica, è il racconto della fine di una vita che ne segna indelebilmente un'altra.
Il risultato, simile ad un percorso di analisi interiore, è di sicuro adatto ad un pubblico di nicchia attento, se non addirittura voglioso di "esperimenti" che vanno oltre i soliti prodotti concepiti per la grande distribuzione.

Teresa Lavanga

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