Kinetta
Può un film sorprendere per la cura posta nella fotografia, per l'attenzione ai dettagli, per l'eleganza dei movimenti di camera, per la capacità di raccontare una storia usando la sola immagine come mezzo di espressione quasi che la parola sia solo un accessorio del quale poter fare a meno, può un film del genere risultare accettabile, digeribile, tollerabile? Per il 98% del pubblico no e anche il restante 2% ha il suo bel daffare. Mentre minuto dopo minuto la sala lentamente si svuotava gli spettatori rimanenti combattevano una battaglia senza quartiere condotta tra il piacere della visione e la sacrosanta ribellione contro un prodotto tanto ostile alla fruizione.
Yorgos Lanthimos è evidentemente un esteta dell'immagine. La sua regia nervosa, ma controllatissima non cessa mai di stupire. La camera è sempre e rigorosamente a mano e non indulge per questo a nessuna delle regole del Dogma danese. Qui abbiamo un'estetica diversa che non usa e valorizza la sporcatura in sé ma che lavora sui limiti stessi della percepibilità dell'immagine. La scene si succedono spesso seguendo dettagli di volti e corpi fuori fuoco in cui un solo elemento ci permette di intuire ciò che sta realmente accadendo sullo schermo. E lo spettatore vorrebbe averla in mano lui quella camera per cercare di capire, vorrebbe gridare di abbassarla, di allargare lo zoom, di mettere a fuoco ma l'operatore non lo fa. Ti tiene sospeso, sul filo, finché non accade qualcosa che rimette ordine in tutta quella confusione e concede una chiave di comprensione alle confuse immagini che si stanno vedendo: una sorta di piccola rivelazione che si rinnova ad ogni passaggio di scena.
Di cosa parla il film. E' la storia di due uomini, un funzionario statale ed il proprietario di un negozio di sviluppo e stampa che condividono una singolare forma di perversione: ricostruire scene di stupro o di lotta nel corso delle quali delle donne sono state uccise. E così raccolgono immigrate clandestine, forniscono loro dei permessi di soggiorno in cambio della loro partecipazione a queste singolari messe in scena. Una di loro rimane singolarmente affascinata da quel particolare lavoro e il suo desiderio di risultare sempre più convincente nella parte la spinge a recitarla anche da sola, nelle pause del suo lavoro di domestica in un albergo semichiuso durante la stagione invernale.
C'è qualcosa del Crash di Cronenberg in questo Kinetta ma senza tracce della morbosità e della carnalità estrema che il regista canadese ha preso dalle parole del romanzo di Ballard.

La frase: "…L'uomo l'afferra per i capelli, lei si accascia al suolo, ruota di fianco e facendo leva sulla mano sinistra solleva i piedi e scalcia…".

Michele Alberico

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