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Izmena











Con Izobrajyaa zhertvy – Playing the victim, qualche anno fa, Kirill Serebrennikov vinceva la prima kermesse festivaliera romana, che all'epoca si chiamava ancora Festa del Cinema. Era il 2006, e, travestito da Amleto color noir, il film sollevò curiosità e levò plausi in direzione del teatrante russo passato dietro la cinepresa.
Ma oggi, sei anni e un altro paio di tentativi dopo, Serebrennikov presenta in concorso a Venezia le due orette scarse di Izmena – Betrayal, finendo per convincere decisamente meno.
Una cardiologa e il suo paziente di un'ora sviluppano rapporti morbosi quando lei comunica a lui che i rispettivi coniugi sono coinvolti in una relazione. Dal momento della rivelazione all'attimo in cui i coniugi suddetti, ignudi, volano giù da un provvidenziale terrazzino d'albergo sotto gli occhi impassibili dei protagonisti, ormai complici nell'inerzia, i voli pindarici dell'intreccio si divertono a scompigliare i capelli del pubblico e ad arrossarne, a tratti, le guance bigotte. Purtroppo però il film, virtualmente interminabile, prosegue a mostrarci le gesta dei nostri senza narrarcele. Più che gesta, anzi, gesti: e gesti pressoché inintelligibili, purtroppo. E, quel che è peggio, non sembra accorgersi dell'esistenza benedetta del genere: a tratti sembra ammicchi al comico-grottesco, poi vira sul drama deciso, senza mediazioni; stuzzica il voyeuristico, sparpaglia in pellicola topless a caso per risvegliare il critico sonnecchioso in Sala Darsena e spinge alla risatina parecchio altro pubblico, sconcertandone la gran parte.
Cosa è successo al fortunato esordiente? Peccato, perché le atmosfere lente e rarefatte assieme a un magistrale gioco di regia regalavano all'inizio di Betrayal una dignità quieta. Pensiamo al piano sequenza dell'incidente d'auto, ad esempio, di forza magnetica straniante. Le luci naturali, poi, glassano la trama di brina. Ad un tratto, però, l'estrema prevedibilità dei principali nessi dell'intreccio sembra insostenibile; e le virate continue quanto brusche nel tono del narrato, apparentemente indeciso tra il moralistico e il documentaristico, generano mal di mare e intoppi assortiti. Fino alle forzature inverosimili della terza parte, apertamente improbabile – no, meglio, morta di metafora.

La frase:
"La morte è la cosa migliore che possa mai capitarti.".

a cura di Domitilla Pirro

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