Harragas
Harragas è un termine spagnolo derivante dall’arabo che significa: "Coloro che bruciano le frontiere", con questo nome si definiscono gli immigrati clandestini provenienti da paesi come il Marocco, l’Algeria e la Tunisia che cercano di raggiungere i paesi occidentali. Bruciando i documenti queste persone in cerca di fortuna perdono la propria identità rendendo molto più difficile per le autorità identificarli e respingerli nelle terre d’origine. Questo flusso migratorio in questi ultimi anni è aumentato vertiginosamente tanto da diventare un grave problema sociale e spingere i Governi occidentali a cercare di rallentare o fermare questi viaggi clandestini. Un tema attuale e importante che viene presentato alla 66 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica dal regista Merzak Allouache. Non è la prima volta che il cineasta tratta questo tema ed ora presenta l’odissea dei clandestini nel dettaglio, vista e vissuta sulla loro stessa pelle. "Harragas" è un omaggio a tutti coloro che "bruciano" e sono morti o dispersi in mare, a coloro che hanno tentato o tenteranno ancora una volta l’impresa. In soli 100 minuti il regista crea un piccolo film dal ritmo costante che racconta in chiave documentaristica il viaggio di tre harragas due uomini e una donna: Rachid, Nasser e Imène. Rachid e Nasser hanno compiuto diverse traversate e sono sempre stati presi dalla polizia di frontiera e rimpatriati, cosa che ha spinto il loro migliore amico a rinunciare e a compiere il gesto estremo del suicidio. I loro animi sono sconvolti, ma proseguono cercando di pensare al futuro che li attende, agli amici che vivono ormai in Spagna e che sono riusciti ad avere il permesso di soggiorno. Tutto procede bene finché Imène, sorella minore del defunto, non si unisce a loro nella traversata. Un viaggio verso il mare profondo che viene complicato dalla presenza funesta e ingombrante di un altro harragas in fuga dalle autorità algerine. La narrazione è affidata a Rachid che ricorda, come spiega egli stesso, questo spaccato di vita, questa momentanea parentesi della sua esistenza, un viaggio dalla notte al giorno nel tentativo di coprire la distanza di 200 km che separa le coste algerine da quelle spagnole. "Harragas" ruota tutto intorno alla traversata in mare, che si trasforma sempre più in un’epopea, caratterizzata dalla morte dei loro compagni, dalla sofferenza, dalla speranza e da illusioni infrante. Sono uomini e donne alla ricerca di un futuro migliore, che non vedono speranza nel loro paese, speranza di uscire dalla povertà, di avere qualcosa di più dalla vita e che pensano all’Europa come al paese della seconda possibilità, della seconda vita. I loro pensieri sono rivolti soltanto al futuro, ciò che è il passato svanisce in una fiamma in cui ripongono i loro desideri e le loro speranze. Rachid, Nasser e Imène acquistano un carattere universale, rappresentando tutti "coloro che bruciano" per un futuro migliore, sono il simbolo di tutte le centinaia di persone, esseri umani, che sono riusciti, sono stati rimpatriati, sono stati fermati o vivono come in prigione nei centri di accoglienza europei o di coloro che sono inghiottiti nelle profondità del mare. Vi è un respiro universale, che fa di questa pellicola un piccolo gioiello carico di sentimenti e poesia, che richiama alla memoria i viaggi descritti dai poeti nel proprio Io, ma purtroppo questa è la dura e drammatica realtà. Il film è ben confezionato, è apprezzabile la scelta stilistica del regista che riesce a far pensare il pubblico, ad intrattenerlo, a commuoverlo senza però scadere nel patetico e salvaguardando la dignità degli Harragas. L’azione è ridotta al minimo, tutto si incentra sulla traversata, su questa barca in balia delle correnti, che ricorda i racconti dello scrittore polacco naturalizzato britannico: Joseph Conrad (Berdicev 1857 – Bishopsboume 1924), ma in questo caso il finale resta aperto. I titoli di coda scorrono e la telecamera ricomincia da dove era partita per le popolose strade dell’Algeria.

La frase: "Ci sono momenti in cui nella mente tutto si confonde, per il resto è Dio a decidere".

Federica Di Bartolo

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