Gli amori di Astrea e Celadon
(Venezia 1/8/2007) Il famoso regista e critico cinematografico francese Eric Rohmer (pseudonimo di Jean Marie Maurice Schérer), uno dei maggiori esponenti della "Nouvelle Vague" e oltretutto Leone d'Oro alla carriera nel 2001, presenta a Venezia "Les Amour d'Astrèe et de Céladon". Una tragicommedia pastorale che riprende il famoso romanzo del XVII secolo di Honoré d'Urfé (Marsiglia 1567 - Villefranche-sur-Mer [Nizza] 1625), intitolato "L'Astrèe", un'opera in versi e prosa e di cui pubblicò le prime cinque parti dal 1607 fino al 1625, la sesta e ultima parte fu completata dal suo segretario B. Baro ed uscì postuma nel 1627. L'idea di portare sul grande schermo questa favola bucolica gli deriva dal popolare regista Pierre Zucca (1943-1995), il cui sogno nel cassetto era poter appunto rappresentare il romanzo. Alla sua morte Rohmer pare si sia sentito il dovere di realizzare il sogno del collega - amico e dar vita al sogno, anche se la sua sceneggiatura è ovviamente diversa da quella pensata da Zucca.
"Les Amour d'Astrèe et de Céladon" è il riadattamento di un poema d'amore, una favola mitologica i cui protagonisti sono due giovani pastori, la bella Astrèe ( Stéphanie Crayencour) e il giovane Céladon (Andy Gillet). I due personaggi si muovono in un paesaggio bucolico della Gallia druidica del V secolo, animata da sentimenti semplici e puri, dove valgono però le regole dell'"amor cortese". Astrèe e Céladon sono due giovani innamorati, che nonostante l'odio fra le loro famiglie, si giurano amor eterno. Un giorno nella bella pastorella nasce il sospetto che il suo amato le sia infedele, a causa dei bisbigli di un suo pretendente. Per uno sfortunato caso la povera Astrèe si trova a constatare con i propri occhi questo "presunto tradimento", ma le apparenze ingannano. Offesa, umiliata e mortificata la bella pastorella allontana da sé il ragazzo, orinandogli di non presentarsi più davanti ai suoi occhi senza che lei glielo abbia ordinato. Céladon si sente morire e sconfitto, amareggiato si getta nel fiume cercando di annegarsi. La sorte ha comunque in serbo ben altro per lui, così è tratto in salvo dalle belle ninfe, figlie dei druidi. Intanto Astrèe scopre la verità e piange disperata la morte dell'amato, questo non può che colpire gli dei o l'unico dio dei druidi (descritto come il Dio cristiano) e un giorno alla festa del vischio i due si ritrovano. Il problema ora è come può Céladon ricongiungersi ad Astrèe senza infrangere il suo ordine di non apparirgli più davanti agli occhi senza che lei lo voglia? Con l'aiuto dei druidi e delle ninfe il nostro eroe darà vita a diversi stratagemmi, che ricordano gli schemi della commedia latina e greca. E' un'opera interessante e ben costruita, amalgamata in tutte le sue parti, forse quello che potrebbe infastidire gli spettatori sono i dialoghi molto lunghi con alcuni giri di frase. Il regista, infatti, ha ripreso quasi tutti i dialoghi originali, avendo scoperto inaspettatamente una modernità insperata, che permette alla pellicola di avere una leggerezza e un gusto antico particolari, che la impreziosiscono. E' chiaro il tentativo di Rohmer di restare il più possibile fedele all'originale, anche quando d'Urfé scrive ad esempio che l'eroina scopre un seno senza aggiungere altro, c'è una purezza e un pudore nella pellicola che rispecchia lo spirito del testo antico, è da sottolineare però che all'epoca la nudità era un tema normale nella pittura. Un altro elemento importante che risalta agli occhi dello spettatore è il tentativo del regista di catturare lo splendore della natura incontaminata, creando una dimensione senza tempo in cui si svolge questa meravigliosa storia d'amore.

La frase: "L'amore non è mai entrato nel cuore a colpi di frusta".

Federica Di Bartolo

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