Fratelli d'Italia
I problemi relazionali - in classe, in famiglia, con i partners e gli adulti - di adolescenti italiani di nazionalità assunta dopo la nascita e l'infanzia in altri paesi o di seconda generazione. Per un progetto di educazione cinematografica nelle scuole di periferia, il produttore Giorgio Valente (già direttore dello storico, ormai sfrattato cineclub romano "il Labirinto") ha invitato Claudio Giovannesi (da cui "Fratelli d'Italia" è scritto, diretto e musicato) ad insegnare in un istituto tecnico di Ostia frequentato da un 20% di studenti di differenti etnie. E' nata così l'idea del documentario, per il quale il regista ha individuato tre storie di coetanei tra le più complesse e difficili incontrate. C'è il rumeno che vede i compagni di classe come ragazzini tutti presi da playstation e Winnie the Pooh (loro invece, nel collettivo con l'insegnante, parlano dei suoi atteggiamenti ostili), mentre lui salta volentieri le lezioni dilettandosi con biliardo e discoteca insieme ai connazionali d'origine. Dei genitori biologici di una bielorussa adottata, invece, il padre è detenuto, la madre violenta e assente. Lei ha sensi di colpa verso il fratello rimasto in patria e ricontattato dopo 7 anni, presa dai dubbi e dai timori sul viaggio per andare a fargli visita.
Infine un ragazzo di famiglia egiziana, fidanzato con una giovane locale, a casa deve lottare contro chiusure culturali e religiose.
Conquistata la fiducia dei protagonisti, Giovannesi ne ha condiviso la quotidianità arrivando ad un'evidente naturalezza della presenza della macchina da presa e quindi alla loro spontaneità. Questo emerge in particolare nei passaggi emotivamente più intensi, relativi per lo più alle discussioni con genitori o insegnanti. A venir fuori, inoltre, è una significativa inversione del luogo comune, con una grande apertura transgenerazionale verso "lo straniero" in termini di accoglienza e comprensione, per quanto riguarda il contesto, e di contro, nei due maschi, un certo razzismo da divisione in comunità nelle frequentazioni e nel senso di superiorità e nell'odio dichiarati.

La frase: "(riferito all'Inno di Mameli) "io non la so' mai riuscita a capì 'sta cazzo de canzone".

Federico Raponi

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