Febbre da fieno
Ancora perdutamente innamorato della sua ex fidanzata Giovanna (Camilla Filippi), che lo ha lasciato per una donna, il ventiseienne Matteo (Andrea Bosca) è un vero romantico per definizione che ha fatto perdere la testa a Camilla (Diane Fleri), la quale finisce a lavorare proprio nel "Twinkled", negozio di modernariato e vestiti vintage in cui fa il commesso insieme alla skater apparentemente spavalda Franki (Giulia Michelini).
E, mentre quest’ultima sogna d’incontrare Jude Law, al quale invia insistenti mazzi di fiori e commoventi lettere d’amore, è proprio la voce narrante di Camilla, a partire dai totali romani d’apertura, ad accompagnare il lungometraggio d’esordio di Laura Luchetti, in precedenza autrice dell’episodio "Indian dream" incluso nel collettivo "Feisbum" (2009).
Un lungometraggio d’esordio che, senza dimenticare un certo retrogusto punk testimoniato dai Ramones citati verbalmente e da magliette raffiguranti Blondie, Iggy Pop e Sex pistols, tira in ballo sia Gigio (Mauro Ursella), fratello di Camilla affetto dalla sindrome di down, che il trentacinquenne Stefano (Giuseppe Gandini), proprietario del "Twinkled", in crisi con la moglie Patrizia (Cecilia Cinardi) proprio a causa del lavoro, secondo lei non in grado di assicurare un futuro stabile ai loro due figli.
Una girandola di personaggi volta a comporre l’ennesimo ritratto giovanilistico tricolore d’inizio XXI secolo, al cui interno viene ribadito sia che le relazioni sono tutte complicate, sia che è brutto disfarsi del passato.
Anche se l’intento principale dell’operazione, che non dimentica neppure di ricordare quanto siano dolorosi in amore la ricerca, il rifiuto e l’incomprensione, sembrerebbe essere quello di porre in evidenza che rivelarsi vale sempre la pena, pur non risultando facile.
Peccato, però, che i circa 92 minuti di visione vengano raccontati in maniera tutt’altro che coinvolgente, tanto da non riuscire a regalare emozioni neppure nel corso dell’epilogo, drammatico nelle idee ma incapace di stimolare il cuore dello spettatore.
E non è certo una, a lungo andare, ammorbante colonna sonora proto-Danny Elfman a migliorare le sorti di un prodotto che non appare neanche involontariamente trash, come accaduto per titoli come "Piazza giochi" (2010) di Marco Costa o "Albakiara-Il film" (2008) di Stefano Salvati.
In quei casi, almeno, ci si divertiva a sbeffeggiare le ridicole situazioni, qui, invece, a regnare sovrana è soltanto la noia.
Allora, decisamente meglio i tanto criticati teen-movie di Federico Moccia.

La frase: "Non basta avere un hobby romantico per diventare persone speciali".

Francesco Lomuscio

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