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Faust











Alexander Sokurov si confronta con Faust, e ne esce vincitore.
Il regista russo, conosciuto soprattutto per "Arca russa", presenta in Concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia la sua nuova opera "Faust".
Non si tratta di un adattamento fedele dell’opera letteraria di Goethe, quanto un tentativo di raccontare la medesima storia attraverso quanto rimane tra le righe, il non detto, immagini ed emozioni.
Come il romanzo, anche il film di Sokurov vede come protagonista il dottor Faust, uomo integerrimo dedito alle ricerche scientifiche. Per dominare la materia egli cerca di capire come funzioni il corpo umano analizzando e sezionando cadaveri, ma non riesce a trovare ciò che in realtà sta cercando: la prova dell’esistenza dell’anima.
La sua rettitudine e il comune interesse per l’animo umano attirano l’attenzione di Mefistofele, che si nasconde nei panni di un usuraio.
Il suo scopo, sulla Terra, è quello di mettere in luce e sfruttare le umane debolezze.
E questo cerca di fare anche con Faust, mettendolo alla prova in modo da trovare il suo punto debole.
Faust si lascia tentare, ma non ammaliare, dal potere, dalla ricchezza o dalla lussuria, nulla è tanto gratificante da desiderarlo all’infinito. Ma la bella Margaratesi innamora perdutamente del dottore, e il desiderio di possedere la donna, nella materia e nell’anima, si impossessa di lui.
A questo punto Mefistofele sa come agire. Propone a Faust di fermare all’infinito il momento di beatitudine e di estasi della sua unione con la giovane, in cambio Faust gli cederà la sua anima. E lui accetta.
Il "Faust" è l’ultima parte della tetralogia sulla natura del potere di Sokurov, iniziata nel 1999 con "Moloch" e proseguita poi con "Taurus" e "Il sole". Ciò che contraddistingue il "Faust" è il basarsi su un personaggio letterario, mentre le altre parti della tetralogia hanno protagonisti realmente esistiti (Hitler, Lenin e Hirohito). Lo accomuna invece alle prime tre la centralità del potere della parola, che si ascolta e alla quale si crede, ma dalla quale si viene traditi.
Proprio la parola si può considerare la vera protagonista nel "Faust", è, infatti, difficile trovare in tutto il film un attimo di silenzio. Le parole sono frenetiche, si sovrappongono e stordiscono lo spettatore. E’ forse il retaggio dell’opera letteraria, ma appesantisce il film e lo rende difficile da seguire e metabolizzare.
Nonostante tale considerazione, unica nota negativa, il "Faust" è un’opera monumentale, un vero capolavoro per gli occhi. Bellissima la fotografia, quasi onirica nei suoi colori. La perfezione è tale che in ogni inquadratura si ha l’impressione di ammirare un attimo fissato per sempre su tela. Il contrasto tra il bene e il male è ben evidenziato dall’uso di luce e tenebra.
L’opera di Sokurov va però oltre. E’ una riflessione sul comune destino umano, incostante e indeterminabile perché dominato dai piaceri e dalle tentazioni. E, anche una considerazione sul libero arbitrio, o meglio sulla sua assenza: l’uomo non è padrone delle proprie scelte, perché egli stesso ha ceduto la possibilità di scelta, per debolezza o per poca moralità.
Un film arduo e possente ma da affrontare, perché i film di Alexander Sokurov hanno sempre una lezione da dare.
Non ci si aspetta niente di meno da lui, inserito dall’European Film Accademy tra i cento registi più importanti del mondo.

La frase:
"Ho cercato l’anima, ma non l’ho trovata".

a cura di Giuliana Steri

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