Et in terra pax
Il titolo fa pensare immediatamente ad Antonio Vivaldi, ma il lungometraggio d’esordio dei romani classe 1981 Matteo Botrugno e Daniele Coluccini – autori degli short "Chrysalis", "Europa" e "Sisifo" – non è incentrato sull’universo della musica classica, bensì su tre vicende ambientate nell’estrema periferia della capitale tricolore.
Nel quartiere di Corviale, precisamente, chiamato dagli abitanti della città eterna "Serpentone", dove facciamo conoscenza prima con l’appena uscito di carcere Marco, interpretato da Maurizio Tesei e destinato a riprendere l’attività di spacciatore di droga, nonostante l’intenzione di abbandonare la vita dei traffici illeciti; poi con i tre sbandatelli di strada Faustino, Massimo e Federico, rispettivamente con le fattezze di Michele Botrugno, Germano Gentile e Fabio Gomiero; infine con la studentessa universitaria Sonia alias Ughetta D’Onorascenzo, lavorante nella bisca di Sergio, cui concede anima e corpo Paolo Perinelli.
Tre vicende inizialmente parallele e in seguito volte a legarsi tramite il filo rosso della droga e della criminalità, man mano che i due registi tessono un intreccio di solitudini dettate dal degrado, dalla disperazione e dal disagio tipici della borgata, spesso rappresentata da vere e proprie isole metropolitane (come Corviale, appunto) adibite ad involucro di emarginazione sociale.
E, tra cocaina, rabbia pronta ad esplodere ed accenni verbali alla tanto discussa crisi, quasi ci si commuove dinanzi ad una così realistica messa in scena della desolazione umana senza speranza, enfatizzata in maniera efficace attraverso un lodevole lavoro svolto sul sonoro (è non poco affascinante il silenzio estivo disturbato esclusivamente dal canto delle cicale) e con il supporto delle musiche di Alessandro Marcello, le quali tanto ricordano il Luis Bacalov del poliziottesco anni Settanta (i temi de "La città sconvolta: Caccia spietata ai rapitori" su tutti).
Con attori che svolgono a dovere il proprio compito ed uno dei migliori momenti riconoscibile nella lunga sequenza di dialogo in cui Marco riferisce a Sonia la vita quotidiana della gente del posto.
Per 89 minuti di visione che, ben raccontati e girati con pochi soldi ma tanta professionalità, non scadono nel ridicolo neppure quando sfiorano il noir ed approdano a situazioni di violenza, permettendo all’insieme di assumere i connotati di un vero e proprio gioiellino neorealista d’inizio XXI secolo.

La frase:
- "Ai tempi nostri c’era più rispetto"
- "Però signo’, c’era pure più lavoro".

Francesco Lomuscio

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