È più facile per un cammello
Parlare di sé, della propria infanzia e di tutti i problemi di acclimatazione nella vita è una necessità di tutti. È un modo di esorcizzare i propri fantasmi, un po' come allontanarsi da un quadro e dai suoi più piccoli particolari per vederlo finalmente nella sua interezza e riuscire ad apprezzarlo, a capirlo meglio.
Un genere però, quello biografico, piuttosto difficile da gestire, perché non sempre i fatti che possono essere stati fondamentali per uno, possono essere altrettanto importanti, o anche solo interessanti, per altri. Per esserlo dovrebbero infatti possedere un carattere di universalità, grazie al quale ci si può immedesimare.
Nel caso del film di debutto alla regia di Valeria Bruni Tedeschi questo requisito manca.

La protagonista della sua storia, autobiografica per sua stessa ammissione, è molto ricca, di quella ricchezza che le permette di non lavorare e vivere di rendita. Trasferita con la famiglia a Parigi dall'Italia negli anni '70 a causa delle continue minacce di rapimento di quegli anni, Federica e i suoi fratelli godono da sempre di una vita di agi e di benessere. Ma mentre il resto della famiglia sembra riuscire ad assaporarne il gusto senza alcun senso di colpa, Federica vive la propria condizione come se fosse una tragedia. I privilegi della sua sembrano infatti impedirle di vivere una vita da persona adulta e di assumersi le proprie responsabilità. Divisa tra un fidanzato figlio di un padre emigrante che si è spezzato la schiena nella fabbrica francese della Renault e un ex-amante che ricompare all'improvviso desideroso di riprendere la loro relazione da dove l'avevano interrotta, la ragazza non trova altra soluzione che rivolgersi ad un prete ossessionandolo con i suoi non-problemi e considerandolo quasi un analista. Il tutto condito dalle liti con la sorella e la madre e dall'annuncio della grave malattia del padre.

Su una sceneggiatura che in effetti non racconta nulla, la Bruni Tedeschi cerca di costruire una commedia che dovrebbe rallegrare con le sue situazioni piuttosto assurde. Illogiche discussioni con la madre e bislacche dispute con la sorella nevrotica.
Si piomba così in mezzo ad un racconto che dà tutto per scontato e nel quale i protagonisti risultano figurine inconsistenti o addirittura surreali, interrotto da intermezzi che brillano per la loro inutilità e attraverso i quali la neo regista vorrebbe illustrare alcuni momenti della propria infanzia.
Manca del tutto il ritmo, la vis comica che avrebbe potuto quantomeno far sorridere lo spettatore, invece di lasciarlo sprofondare nella poltrona ucciso lentamente dalla noia.

Valeria Chiari

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