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Stonehearts Asylium

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Thomas Cardinali21 ottobre 2014
 

  • Foto dal film Stonehearts Asylium
  • Foto dal film Stonehearts Asylium
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La pazzia è la protagonista del film “Stonehearts Asylium” firmato da Brad Anderson. Il regista abbraccia una svolta da big production con una love story dal background di cinema gotico. La Millennium Film, produttrice tra le altre della serie “I Mercenari”, questa volta decide di finanziare una storia dalla sceneggiatura più articolata, basata liberamente su una novella di Edgar Allan Poe. Il cast è stellare, con i premi Oscar Michael Caine e Ben Kingsley come guest stars e i bravi Kate Beckinsale e Jim Sturgess come protagonisti.

La storia è un sottile gioco su due binari, quello della pazzia e della normalità che si incontrano all’interno del manicomio della campagna inglese. Un giovane medico, Edward Newgate, si presenta a Stoneherarts per studiare le tecniche del dott. Silias Lamb, direttore della struttura. Una volta all’interno scopre che le terapie non sono come le aveva sempre immaginate e che i malati vengono gestiti come persone normali. Una paziente in particolare attira le sue attenzioni, la bella e sensuale Eliza Graves. L’uomo si innamora perdutamente della donna e scopre come in realtà la struttura sia guidata non da dei medici, ma dagli stessi pazzi. La follia man mano che i fotogrammi scorrono diventa sempre più evidente, specie nel falso medico e nel suo sovrintendente Finnick, il David Thewlis professor Lupin nella saga di “Harry Potter”. Anche il manicomio in lontananza per uno scherzo del destino ricorda un castello, ma all’interno la situazione ha tutto fuorché il fantasy. E’ un romanticismo carico di horror quello che viene trasposto dal regista americano, con la storia d’amore come vera protagonista. Non è l’amore tra i due protagonisti, ma il sentimento in sé che mostra come la follia non sia un elemento estraneo ad esso. I malati alla fine sembrano quasi essere le persone più normali all’interno di Stonehearts. Il manicomio è un piccolo universo a se stante dove l’ordine naturale delle cose viene stravolto. La passione ardente dei due protagonisti a volte risulta quasi assurda e poco realistica, sicuramente forse questa è la parte meno riuscita del lungometraggio.

Certo vedere nuovamente il grande Ben Kingsley nei panni del medico analista dopo “Shutter Island” non potrà che provocare un po’ di nostalgia nel grande pubblico, anche se qui le caratteristiche del personaggio sono “leggermente diverse”. Il film punta molto sui dialoghi di una sceneggiatura ben scritta, che tranne nel passaggio più romantico, risultano sempre efficaci e puntuali. In alcuni frangenti, come nelle cure anticonformiste, prova a ricordare in alcuni aspetti “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ma l’innovazione di quel film è troppo leggendaria e il confronto non è neanche lontanamente ipotizzabile.

L’interesse per scoprire come si evolve, la vicenda è forte e il colpo di scena sempre dietro l’angolo. L’interpretazione della follia della mente umana di Anderson è un’opera in grado di allietare palati di tutti i gusti e con la svolta romantica punta anche a ottenere un buon successo ai box office, d’altronde tutti, chi più chi meno, si piegano alle logiche del mercato.


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