Elizabethtown
"You are fired", "Sei licenziato". E così il neo disoccupato americano comincia a raccogliere le proprie cose in uno scatolone di cartone. Immaginate adesso che Elizabethtown sia questo: un grande contenitore. Dentro, messo alla rinfusa, c'è un po' di tutto: comicità, storia sentimentale, dramma familiare e viaggio di formazione "on the road". A cercare di sigillare ed avvolgere il tutto un lungo spago d'ironia. Non è senza dubbio il pacco perfetto, ma se lo aveste trovato qualche mese fa da Bonolis, o adesso da Pupo, non vi lamentereste.

Il designer di scarpe Drew Baylor (Orlando Bloom) è appena stato licenziato. Il suo ultimo progetto è stato infatti un fiasco clamoroso, e tutte le certezze di una vita fino a quel momento agiata sembrano vacillare. Quando ormai crede che il suicidio sia l'unica strada da poter percorrere, ecco che lo chiama la sorella dall'Oregon. Il padre, mentre si trovava in Kentucky nel suo paese natale, è morto. C'è da recuperare la salma e organizzare il funerale e lui è il fratello maggiore… Sull'aereo che lo porterà ad Elizabethtown, Drew conoscerà Claire (Kirsten Dunst) un'espansiva assistente di volo capace di smuoverlo un po' dai suoi tragici progetti…

Presentato fuori concorso qui al Festival di Venezia, prima di avventurarci in una qualsiasi opinione, premettiamo che la versione che uscirà nelle nostre sale subirà parecchi tagli rispetto a quella qui presentata. Giustamente, si può dire, visto che se c'è un difetto in questo film è l'eccessiva prolissità.
Detto del principale difetto (che magari sarà eliminato), passiamo agli aspetti piacevoli della pellicola. Il film inizia così come cominciava Jerry Maguire (gran successo firmato da Crowe, cinque nominations e un Oscar): un uomo di successo che perde il lavoro. I primi quindici minuti sono irresistibili: una disincantata visione del fallimento, in cui se i personaggi aprono bocca è per dire una palese bugia. Sembra che i protagonisti dei film di Crowe abbiano sempre bisogno di uno shock iniziale per rendersi conto che la vita è ben altro che carriera (Jerry Maguire) e bellezza (Vanilla sky). Crowe, in poche parole, continua il suo percorso di critica verso una società illusa dall'american dream. Il tono è sempre quello scanzonato che ne hanno fatto, a detta di molti, il regista più "pop" della nostra generazione. E così le battute si sprecano, si inventano tormentoni (Oregon e non California!) e sulla strada si incontrano personaggi-macchiette, tutti comunque a loro modo "interessanti"per capire la gente del verace Kentucky. Forse il finale poteva essere meno"new age", ( frasi e metafore appaiono un poco scontate), ma forse è proprio lì che avremo il "taglio e cuci"di cui si è parlato sopra.
Bravi i protagonisti, anche se come coppia, il duo Bloom-Dunst non sembra dei più affiatati. Meglio quando stanno in scena da soli.. Splendida, come al solito, Susan Sarandon nel ruolo della madre di Drew. Una vera gioia vederla ballare il tip tap sul celebre motivetto di Moon River, già colonna sonora di "Colazione da Tiffany" di Billy Wilder. Proprio al regista austriaco Crowe sembra voglia ispirarsi (e ci chiediamo se abbia visto "La mia vita a Garden State"), e non è un caso che in un televisore acceso quasi per sbaglio, stiano passando il celebre "Sabrina"…
Eccezionale la colonna sonora (la carriera di Crowe è iniziata da giovanissimo come giornalista per il magazine musicale "Rolling Stones" come del resto ci aveva fatto vedere nell'autobiografico "Almoust famous") tanto che il finale sembra essere stato girato per farcela ascoltare tutta. Comunque sia, ci si può stare.

La frase: "Sto bene. Sto bene. Sto bene. Sto bene. Sto be…"

Andrea D'Addio

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