Le cinque variazioni - The five obstructions
È possibile un cinema intrappolato in rigide coordinate stilistiche?
È possibile ribaltare i luoghi convenzionali del documentario e della regia cinematografica?
È possibile imbrigliare il talento mortificandolo e riducendolo a semplice ed arida esecuzione?
È possibile fare del cinema intelligente ed istruttivo mantenendo una vena ironica ed irriverente per tutta la durata del film?
A quest'ultima domanda rispondo io. La risposta è affermativa quando nella macchina dei bottoni c'è un tipo come Lars Von Trier.
Ecco che ti combina uno dei registi più amato dai cinefili di tutto il pianeta.
Abbandona il mondo della regia per dedicarsi al genere del documentario.
Assieme a Jorgen Leth, un veterano del cinema documentaristico, anche lui danese come Lars, decide di produrre un documentario prendendo spunto da un cortometraggio di 12 minuti girato da Leth nel 1967 intitolato "The perfect human". Un documento sul comportamento umano che Lars dichiara di ammirare incondizionatamente. Lars sfida il suo amico Jorgen a rifare ben cinque remake del cortometraggio attenendosi, ogni volta, alle rigorose regole stilistiche e di produzione che perfidamente gli imporrà.
Veri e propri ostacoli che Leth, grazie ad un innato talento e ad una predisposizione per il gioco, riuscirà ad aggirare superandoli tutti brillantemente.
Ostacoli tecnici come sequenze rigorosamente non più lunghe di 12 fotogrammi o come realizzare uno dei remake esclusivamente con il cinema di animazione. Ostacoli esistenziali come girare nel Paese più miserevole del mondo scene contrarie alla sua etica.
Ostacoli psicologici come girare in assoluta libertà (senza vincoli sì, ma anche senza una rotta da seguire) o non girare per nulla. L'ultima variazione, infatti, la gira direttamente Von Trier.
Un film, questo, che può essere anche accusato di rappresentare un arido esercizio di stile (ma Queneau insegna che non esistono esercizi aridi).
In realtà, Le cinque variazioni, è soprattutto un film didattico. Su come si pensa e come si realizza un film, su come il talento, quello vero, reale, presente, quando c'è prima o poi sgorga, irrefrenabile. Si apprendono molte cose da questo film: i rapporti produzione - direzione ad esempio e tutte le sue scomode implicazioni. Il tutto è facilmente digeribile, anzi, estremamente godibile, grazie alla vena fertilmente ironica di Lars Von Trier che in alcuni momenti è addirittura irresistibile. Maligno, dispettoso, irridente con l'amico collega sembra giocare come il gatto con il topo architettando sempre nuovi trabocchetti per l'ingenuo e mite Jorgen. Ma, alla fine, chi è lo sfidato e chi lo sfidante? Chi è che veramente caduto nei trabocchetti?
Jorgen Leth è un ammiratore di un calciatore danese, Michael Laudrup, la cui caratteristica principale era invitare al gioco pericoloso gli avversari per poi evitarli elegantemente estasiando le folle. Su di lui ha anche girato un film.
Alla fine del film l'impressione netta è che Lars sia stato driblato e lasciato a cogliere margherite sul prato verde...

Daniele Sesti

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