Daratt
Ciad, Africa. Deserto, povertà e poche ragioni per vivere. Ecco quindi che per Atim (che significa orfano), appena diventato quindicenne, l'unica ragione per vivere sembra sia il vendicare il proprio padre morto poco prima della sua nascita durante la guerra civile.
Sa chi è l'assassino, vive in città. Parte quindi per ucciderlo, ma quando lo trova si rende conto di avere davanti un vecchio panettiere, che ignaro dell'identità del ragazzo, gli offre persino un lavoro...

Presentato in concorso qui alla 63 Mostra del cinema di Venezia, un film sulla redenzione ed il perdono. Ricalcando per certi versi quanto già i Dardenne raccontarono con "Il figlio", Mahmat-Saleh Haroun (già presente a Venezia nel 1999 con Bye Bye Africa) scrive e dirige quello che si può considerare un piccolo noir psicologico. I drammi si vivono in silenzio, le proprie colpe si scontano cercando di salvare il prossimo offrendogli il proprio aiuto. Così come arido è il paesaggio così è difficile dare con la giusta forma il proprio affetto, quasi che l'uno condizioni imprescindibilmente l'altro ("Daratt" significa "Stagione secca"). Ne esce purtroppo una storia poco avvincente e altrettanto poco significativa dal punto di vista delle riflessioni. La parte centrale del film induce senza alcuna svolta narrativa sulla vita comune dei due protagonisti, una preparazione al finale così lunga che finisce per diluire quel che la semplice dinamica narrativa prova a dire. Non giova poi al tutto l'interpretazione del ragazzo Ali Barkai, il cui sguardo torvo sembra stampato, mentre un'eventuale mutazione in alcuni frangenti avrebbe potuto aumentare la drammaticità di alcune scelte. Peccato.

La frase: "Per fare il pane ci vuole cura e amore. Se non ci metti amore non avrai mai un buon pane".

Andrea D'Addio

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