Come Dio comanda
Ritorna il duo Salavatores (regista)-Ammaniti (autore del libro) dopo il successo di "Io non ho paura". Ancora una storia che ha come protagonista un ragazzo e, come aspetto preponderante della vicenda, il suo rapporto con il padre. Se nel film del 2003 era conflittuale, di sfiducia crescente, qui è quasi di amore incondizionato. Altra differenza: lì si stava nella calda Puglia, qui nel piovoso nordest.
Fatte le debite premesse sulle analogie, per quanto riguarda il giudizio, purtroppo, "Come Dio comanda" non vale assolutamente il frutto della collaborazione precedente di Salvatores e Ammaniti (che con questo libro ha vinto il Premio Strega nel 2007).
Una sceneggiatura oltremodo grezza che, soprattutto nella prima parte, si preoccupa di delineare i personaggi con scenette spesso prive di drammaturgia, ma solo tese a dare il maggiore numero di informazioni nel più breve tempo possibile (su tutte: il dialogo tra il papà neofascista e il suo ex capocantiere accusato, nel giro di due frasi, di far lavorare gli extracomunitari e di non aver tutelato la salute di Quattroformaggi, il personaggio interpretato da Elio Germano). Allo stesso modo appare un pò abbandonata a sé stessa l’interessante (in potenza) tematica antirazziale e quella religiosa che, per quanto il titolo e la coda finale cercano di sottolineare, non trovano altra interpretazione se non nella semplicista riflessione: "Davanti alla solitudine e alla tragedia, dov’è Dio?". Certo, la riduzione dal libro al film, con conseguente taglio di molti personaggi e dinamiche interiori avrà condizionato.
Il fondamentale rapporto padre-figlio, che il racconto caratterizza creando un padre pessimo esempio che tenta di plagiare anche il figlio, non è poi ben reso dalla rigorosa, ma quasi impermeabile, regia di Salavatores che non riesce a creare quella suspanse psicologica che ad esempio un film come "L’allievo", per certi versi simili, riusciva a ricreare. Certo, il fatto di avere solo personaggi negativi e quindi difficilmente empatici per il pubblico, è un limite già in partenza in tal senso, ma al di là della bella scena del tunnel (quella in cui Germano rincorre una povera ragazza in motorino) e dei 30 minuti senza dialoghi della parte centrale, mai si avverte quell’angoscia lancinante che dovrebbe essere propria di un thriller psicologico come questo. Le cose migliorano nella seconda parte, dal momento in cui le vite dei vari personaggi si legano l’una all’altra attraverso la tragedia e l’equivoco, ma è un tirare le fila del discorso che non aggiunge molto né alle emozioni né a qualsiasi tipo di riflessione (su ciò che nascondono le tragedie che la cronaca ci offre ogni giorno, su quanto un padre cattivo possa comunque amare, su come i disturbati mentali abbiano bisogno di assistenza da parte delle istituzioni e chi più ne ha più ne metta). Ne esce un film sicuramente vedibile che non annoia e che rischia davvero di infastidire solo quando abusa oltre ogni limite dell’accompagnamento sonoro, ma nulla che valga il nome dei due autori (Ammaniti è anche coautore della sceneggiatura) citati all’inizio, da cui era lecito aspettarsi di più.

La frase: "La libertà è una parola che serve per fottere la gente".

Andrea D'Addio

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