Soffocare
Dopo il successo di "Fight Club" e dell’omonima pellicola diretta da David Fincher e interpretata da Brad Pitt ed Edward Norton, Chuck Palahniuk, uno degli autori di culto americani più importanti degli ultimi anni, torna a farsi vedere, e sentire, ma questa volta lo fa grazie a Clark Gregg e alla trasposizione del suo quarto romanzo, Choke – Soffocare.
"Se stai per metterti a leggere, evita. Tra un paio di pagine vorrai essere da un'altra parte.
Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finchè sei ancora intero.
Salvati".
Le righe iniziali del libro originale ci mettono in guardia già, ma riassumono bene quello che poi la pellicola tenta di raccontare.
Già perché l’esordio alla regia di Gregg (attore, ma sopratutto già apprezzato sceneggiatore/scrittore de Le verità nascoste) non solo coincide con il ritorno del "ragazzo cattivo" di Pasco, ma anche con un approccio ad un testo, per nulla facile da rappresentare.
Il risultato che ne consegue, però, a dispetto di qualche rompicapo di troppo, appare convincente.
Il soffocamento, che il personaggio di Victor Mancini attua per accattivarsi comprensione (e soldi), è metafora geniale, e davvero irriverente, della vita, ma anche in senso più ampio dell’amore e del sesso, vissuti nel mondo di oggi.
Sam Rockwell, pellegrino di giorno, compulsivo sessodipendente di notte, è davvero sorprendente per talento e improvvisazione recitativa, che certamente non scopriamo ora (Confessioni di una mente pericolosa, Joshua).
Ma il cast si compone di altri elementi di spicco, da Anjelica Huston, madre radical – anarchica, affetta da (ir)reparabile Alzheimer, fino a Kelly MacDonald (Non è un paese per vecchi), seducente dottoressa–paziente.
Ma non è solo una pellicola dissacrante, bensì, cerca di dirci qualcosa di più, ci parla di sofferenza (talvolta di masochismo), e soprattutto di come la gente preferisca vivere i propri problemi, rimanendovi intrappolato, piuttosto che rendersi conto di come talvolta siano autoprodotti proprio da noi stessi.
Il messaggio è chiaro, o forse no, anche perché in una sorta di racconto irregolare, (ma è proprio necessario capire tutto?), la storia riesce a farsi apprezzare e seguire, anche se fino alla fine nulla sembra totalmente scontato.
Poco importa se dal punto di vista tecnico non ci sono elementi che ci colpiscono in maniera significativa, quando c’è di mezzo Palahniuk, bisogna provarlo, prima di evitarlo.
Premio Speciale della Giuria al Sundance 2008.

La frase: "A volte bisogna perdere tutto per capire le cose".

Andrea Giordano

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