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Cenerentola











Proprio come in “Cendrillon”, pubblicata nel 1697 dal francese Charles Perrault, non mancano la zucca-carrozza, la fata madrina e, ovviamente, la scarpetta di cristallo; elementi assenti, invece, nella originale fiaba egiziana “Rodopi”, a quanto pare risalente al I secolo d.C. e trascritta dallo storico greco Strabone.
La stessa fiaba che, nel 1812, ha goduto in Germania della cupa versione “Aschenputtel”, a cura dei fratelli Grimm, centotrentotto anni prima che Walt Disney Productions la portasse a conoscenza del grande pubblico tramite il lungometraggio d’animazione “Cenerentola”, diretto a sei mani da Clyde Geronimi, Wilfred Jackson e Hamilton Luske.
Ma anche oltre due secoli prima che la stessa Disney finanziasse questa rilettura live action a firma dello shakespeariano Kenneth Branagh (“Enrico V” e “Molto rumore per nulla” nella filmografia), che, con la Lily James della serie televisiva “Downtown Abbey” nei panni della (s)fortunata protagonista, a differenza di quella a cartoni animati concede un minimo della sua prima parte al rapporto tra quest’ultima e il padre rimasto vedovo, ovvero Ben Chaplin.
Lo stesso padre che, prima di morire, si risposa facendo finire la giovane nelle grinfie della perfida matrigna Tremaine, con le fattezze di Cate Blanchett, e delle odiosissime figlie Anastasia e Drizella, rispettivamente interpretate da Holliday Grainger e Sophie McShera, che non esitano a maltrattarla e a ridurla a vera e propria schiavitù casalinga.
Fino al momento in cui, come è risaputo, il ballo organizzato presso lo sfarzoso Palazzo Reale cambia le carte in tavola di una favola immortale che la sceneggiatura di Chris Weitz – regista de “La bussola d’oro” – sembra rispettare a dovere, apportandovi soltanto piccolissime modifiche e mantenendone, giustamente, gli ingredienti fondamentali.
Ingredienti che vanno dagli amici topolini trasformati in cavalli al bel principe qui incarnato da Richard Madden, passando per la succitata fata madrina ora manifestante i connotati di Helena Bonham Carter; dopo la cui entrata in scena quello che – grazie anche all’apporto dell’ottima fotografia di Haris Zambarloukos – richiamava non poco alla memoria modelli cinematografici risalenti agli anni Cinquanta (citiamo solo “La scarpetta di vetro” di Charles Walters), sembra cominciare a possedere l’affascinante respiro delle grandi pellicole per ragazzi sfornate tre decenni più tardi.
Per merito non solo del lodevolissimo lavoro svolto su costumi e scenografie, ma anche e soprattutto della capacità da parte degli eccellenti effetti digitali di non risultare mai invadenti nonostante la loro massiccia presenza... garantendo quell’indispensabile, (in)avvertibile effetto vintage che, unito alla azzeccatissima colonna sonora di Patrick Doyle, provvede a rendere il tutto decisamente più riuscito di analoghe operazioni quali “Alice in Wonderland” di Tim Burton e “Maleficent” di Robert Stromberg.

La frase:
"Cenerentola! Così ti chiameremo".

a cura di Francesco Lomuscio

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