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Blue Jasmine











Giganteggia Cate Blanchett nell’ultimo film diretto da Woody Allen.
La Jasmine che dà il nome al titolo è una specie di summa interpretativa, una sintesi perfetta ed esasperata di tutte le (altrettanto) grandi attrici che negli anni hanno accompagnato il maestro Allen.
La vita di Jasmine è un inganno. Lei non lo sa, oppure fa finta di non sapere, sicuramente ne è ammaliata e invischiata corpo ma, soprattutto, anima. Ed è proprio quest’ultima che finisce per perdere quando scopre che il bell’uomo d’affari a cui è sposata altro non è che un fedifrago. Quando l’FBI confisca tutto, Jasmine rimane sola, senza soldi, ma con tanti ansiolitici. Per ricominciare da zero, deve trasferirsi dalla sorellastra...
La trama di Blue Jasmine racconta molti drammi legati a filo stretto l’uno all’altra. La protagonista ricca rimasta senza il becco di un quattrino; la sorellastra che vive da sempre alla sua ombra; i compagni violenti di lei; ma anche la crisi economica; l’ambiguità morale dell’essere umano; l’incompiutezza della famiglia e dei legami... Questi intrecci vanno dipanandosi lungo un tragitto che Allen conosce molto bene: il dramma. Come esponente di questo mezzo, Woody Allen si ispira alla storia vera di una conoscente di famiglia per raccontare le aspirazioni, i sogni, i malesseri, e i sarcastici scherzi del destino - con un rimando storico abbastanza diretto al suo migliore "Match point" - del ceto medio agiato. Che è lo stesso ceto medio che raccontavano nel dramma borghese all’inizio dell’800, proseguito poi con Checov e Ibsen. L’esito è oggi spiazzante. Da una parte l’ironia del racconto, solita vena graffiante del regista; dall’altra la violenza della fragilità umana, che lo stesso riassume nei monologhi con la macchina da presa. Il punto, la forza del film e della esposizione, è che Jasmine, interpretata da una Cate Blanchett da Oscar, racconta molto più di quanto non voglia fare il racconto stesso. Sembra che il personaggio a un certo punto si stacchi dalla narrazione per uscire dallo schermo e apparire reale. Una magia che Allen, consapevole maestro dell’artifizio, aveva già raccontato ne "La rosa purpurea del Cairo". Qui sfrutta in sceneggiatura il flashback in un gioco di rimandi che hanno la funzione di scoprire le carte una alla volta. Blanchett–Jasmine ammalia e commuove, la sua storia si fa esempio perfetto di drammaturgia. Estasiante.
Woody Allen torna nella San Francisco che fu set del suo primissimo film ("Prendi i soldi e scappa") come a voler anche lui, alla maniera di Jasmine, ricominciare da capo dopo i vari tentativi comici degli ultimi anni. Emerge così uno dei suoi migliori ritratti. Da non perdere.

La frase:
"Non la smetteva più di parlare… Pensava che fossi interessata...".

a cura di Diego Altobelli

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