Aria
L’anima può vivere un difficile rapporto col corpo, dai piccoli difetti estetici fino ai gravi problemi fisici. Figuriamoci quando una persona, biologicamente, ha un sesso al quale non si sente di appartenere. Tale consapevolezza, nel protagonista di "Aria", emerge fin dall’infanzia ("ci dobbiamo baciare" gli dice l’aspirante fidanzatina. "Io vorrei solo essere come te", risponde lui), in un film la cui idea è nata - sia per la produzione che per lo sceneggiatore e regista Valerio D’Annunzio (alla sua opera prima) - dalla conoscenza di persone che hanno vissuto realmente questa condizione.

Ampio spazio alle note (non per niente la colonna sonora è stata realizzata appositamente dal pianista e compositore Giovanni Allevi) e qualche concessione alle lacrime, ma attraverso flashback, ralenti, incubi con musica distorta, l’autore si muove su un molteplice piano temporale con alcune riprese suggestive (come quelle oniriche con i giochi di riflessi sul pianoforte, quasi fosse un canale di passaggio impossibile tra due identità). E segue il bambino che avverte – per estensione della teoria freudiana - "l’invidia della vagina" ("lei possedeva l’armonia, il corpo che non potrò mai avere") e già si concia da donna, sviluppa feticismo verso la biancheria intima femminile, disegna la ragazza che sogna di essere. Crescendo nella "normalità" socialmente richiesta, il giovane trova poi una partner ("l’unica donna che posso amare"), nel fare sesso raggiunge il piacere solo quando pensa che sia lei a entrare dentro di lui, mette su una famiglia etero.

Molto si deve, comunque, all’aderenza di Roberto Herlitzka a un personaggio che solo quando sta per diventare nonno trova il coraggio di dichiararsi per quel che è ("come se avessi vissuto sempre in apnea, senza riuscire a morire"). In preda a preoccupazioni sul ruolo da genitore ("che padre sono stato?") e marito ("mi hai usata per cercare di guarire", lo accusa la fino a quel momento ignara moglie), accetta il peso di un dolore vissuto/provocato, della successiva solitudine e fa riavvicinare un trans, che si prostituisce, alla madre che lo aveva ripudiato.

La frase: "Finchè non la vivi non puoi saperlo. E dopo non riesci a spiegarlo".

Federico Raponi

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