Andersen - Una vita senza amore
Un’esistenza trascorsa all’insegna dell’emarginazione sentimentale.
Quella di Hans Christian Andersen, scrittore e poeta danese che, nato da famiglia povera nel 1805 a Odense e morto settant’anni dopo a Copenaghen, divenne celebre soprattutto per le sue fiabe, nelle quali a dominare era spesso la lotta intrapresa dal diverso al fine di essere accettato (vi dice niente "Il brutto anatroccolo"?).
Un’esistenza raccontata in fotogrammi dal regista russo Eldar Ryazanov ("L’incredibile signor Detockin"), partendo dal momento in cui il piccolo Andersen (Ivan Kharatyan) fa un incontro con un anziano che, dopo aver affermato di essere Dio in persona, gli annuncia il suo futuro da uomo importante.
Da qui in poi, tenendo con ogni probabilità conto del fatto che i personaggi creati dall’autore de "La sirenetta" s’ispiravano spesso a soggetti realmente esistenti, Ryazanov, anziché costruire un classico, lineare biopic, incrocia di continuo il mondo concreto con quello della fantasia, alternando l’adolescenza del protagonista (Stanislav Ryadinsky) e la sua vita da uomo adulto (Sergei Migitsko).
Stratagemma narrativo che gli permette quindi di tirare in ballo anche surreali sequenze come quella in cui Andersen duetta e canta con la sua ombra, mentre ci accorgiamo di avere assistito al resoconto del suo crescente successo, dal romanzo "L’improvvisatore" a "La fiaba della mia vita", attraverso un’opera filmica rispecchiante proprio lo spirito delle sue letterarie.
Senza dimenticare il periodo della persecuzione degli ebrei e la rappresentazione teatrale de "L’acciarino magico", nel corso di circa 137 minuti di visione in cui i vari elementi del cast appaiono decisamente in parte e la bella fotografia di Yevgeni Guslinsky ("Asja e la gallina dalle uova d’oro") va ad illuminare il lodevole lavoro svolto su scenografie e costumi.
Certo, si eccede leggermente in lunghezza, soprattutto nel momento in cui appare quasi forzata un’assurda escursione onirica nel periodo nazista (successivo, quindi, alla vita dello scrittore), ed è un vero peccato che, a causa della presenza di nudi integrali femminili e di una tematica adulta come quella della prostituzione, il prodotto non risulti particolarmente adatto ai bambini, i quali dovrebbero rappresentarne la principale fetta di pubblico.

La frase: "Devo confessarlo, trovavo un po’ dappertutto soggetti per le mie storie".

Francesco Lomuscio

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