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Ana Arabia











Amos Gitai continua la sua indagine sullo scontro Israele-Palestina con un lavoro che si presenta più come un esperimento e una riflessione più che un film compiuto: al centro della vicenda c’è una giovane giornalista israeliana, Yael, che si reca in una zona periferica di Jaffa per intervistare una famiglia e raccogliere storie e aneddoti.
Tra i giardini e gli edifici della grande casa nella quale si ritrova ospite, dialoga con genitori, figli, zii e parenti acquisiti con l’obiettivo di carpire il passato e il sentimento di un posto. C’è chi si confida, chi invece non vuole andare troppo a fondo, ma tutti sono ben disposti al dialogo e danno il loro contributo.
Più che un film completo, si diceva, questo "Ana Arabia" ha il sapore di una riflessione, sia per il linguaggio scelto (un unico piano sequenza) sia per il modo in cui Gitai colleziona le sue storie, piccoli frammenti di un discorso più ampio a loro sotteso. La protagonista ascolta racconti e confessioni individuali che non vengono poi riprese nel corso del film ma rimangono circoscritte a quel momento e a quella situazione: l’unico filo rosso è la famiglia, con i suoi segreti e il suo passato.
Si tratta di una scelta narrativa che va, inevitabilmente, a condizionare lo sviluppo del film nel suo complesso, fornendo spesso stimoli allo spettatore senza però portarli ad una maturazione.
Quello che interessa a Gitai, infatti, è la possibilità di raccontare il sentimento di un popolo e i suoi conflitti interni tramite parole e racconti legati ad una dimensione quotidiana, tramite i volti di una famiglia che sembra vivere, già nel suo piccolo, questo conflitto.
E se "gli uomini di casa" si mostrano orgogliosi della loro terra e convinti di vivere in un luogo "dove non manca nulla", le donne, con le quali Yael instaura legami più intimi, sembrano percepire sulle spalle il carico delle loro scelte e, forse, della loro condizione sociale, abbandonandosi a confessioni pervase dalla malinconia e dalla disillusione. Il microcosmo che Gitai ci dà la possibilità di osservare e ascoltare sembra suggerirci la condizione esistenziale che accomuna israeliani e palestinesi: uno scontro tra individui consapevoli che non possono, o non vogliono, trovare un punto di contatto, poiché le ragioni del conflitto sono talmente assimilate nella cultura dei popoli da essere recepite come ovvie.
Ne esce fuori un ritratto delicato e sincero, efficace nel suo piccolo (e capace di raggiungere picchi di grande intensità) ma che forse rimane un po’ incastrato nella sua stessa struttura.
Comunque sia, un’ulteriore dimostrazione della lucidità del cinema di Gitai.

La frase:
"La vita ha tante strade. Non tutti rimaniamo sulla principale perché ci stufiamo. Ma siamo curiosi e vogliamo sapere dove porta".

a cura di Stefano La Rosa

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