All the invisible children
Di film ad episodi politicamente impegnati ne arriva uno ogni anno qui al Festival di Venezia. Questa volta il tema scelto, come già il titolo "All the invisibile children" fa ben capire, sono i bambini. Bambini che vivono, che soffrono, che muoiono. Bambini che si ritrovano vittime di un mondo che sembra non volerli e che fanno l'unica cosa possibile: si adattano.
Che sia la guerra civile e ci sia da imbracciare un mitra, che rubare sia l'unico modo per evitare le botte del papà alcolizzato, che si nasca con l'Aids per colpa di genitori sieropositivi, che la povertà sia per te uno stato naturale e riuscire mangiare sia l'unico obiettivo della tua giornata, i bambini si adattano. E si danno da fare. Soffrono, ma non lo danno a vedere. Non ne parlano loro, e non ne parlano i mass-media. Almeno non abbastanza, non tanto da arrivare al grande pubblico.
E così ci pensa il cinema, che con sette storie di una ventina minuti ciascuna, prova a farci da finestra su storie e luoghi che non siamo abituati a vedere.
Mehdi Charef, Emir Kusturica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan e Ridley Scott (che firmano assieme l'episodio "Jonathan", forse il meno riuscito dei sette), l'italiano Stefano Veneruso e John Woo. Sono queste le firme di All the invisibile children. Ognuno col proprio stile, ognuno voce della propria terra di provenienza. Il tema è forte, e così il rischio (tipico dei film a capitoli con autori diversi) che l'opera nel suo complesso risulti disomogenea viene quasi azzerato. Il film è valido, e và oltre la semplice denuncia. Diverte grazie all'allegria gitana di Kusturica, commuove quando Spike Lee ritorna nei suoi amati (e odiati al contempo) ghetti metropolitani dove i neri buttano via la propria esistenza, irride il consumismo quando dimostra come raccogliere lattine e cartoni per strada possa diventare fonte di ricchezza se ti trovi a San Paolo. E anche l'Italia porta il suo contributo con la storia di Ciro, giovanissimo bambino napoletano che sogna un giro in giostra mentre ruba orologi da polso agli automobilisti fermi al semaforo.
Chi, come "noi" è nato in condizioni agiate ha fin da piccolo sognato di avere il potere, anche solo per un giorno, di diventare invisibile. E farne, nel frattempo, di cotte e di crude.
Loro, che sono nati "invisibili", fanno invece di tutto per farsi vedere. E seppur il loro desiderio sia in teoria più semplice da esaudire di quello che noi sognavamo un tempo, la realtà dei fatti ci dice che è pura utopia.

La frase: "Non mi hanno bocciato, mi hanno solo messo nella classe sbagliata"

Andrea D'Addio

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