Across the Universe
Un film che ha come colonna sonora 33 canzoni dei Beatles parte già con un bel vantaggio rispetto ad un qualsiasi altro film. Se poi viene diretto da un genio come Julie Taymor, ecco allora che il capolavoro è compiuto. Chi scrive utilizza questo termine contravvenendo a due regole non scritte della critica: mai utilizzare aggettivi massimi (e cioè capolavoro) e mai iniziare una recensione dando il giudizio: il lettore non avrà voglia di leggere il resto. Il fatto è che così come ci si emoziona durante il film in questione, così si è felici di ripensarci e parlarne dopo davanti ad un foglio Word che attende di essere riempito e che, si spera, possa invogliare chi legge a recarsi al cinema.
“Across the universe” è un film che va al di là di qualsiasi catalogazione. Non è un musical in senso stretto: le canzoni utilizzate non solo sono di avvenimenti e atmosfere degli anni 60 e 70, ma anche filo narrativo di una storia d’amore già di per sé interessante. A queste si fondono le immagini facendo diventare il tutto una vera e propria opera d’arte, uno stimolo multiforme fatto di colori, figure, evocazioni e movimenti che non ha termini di paragone nell’arte contemporanea se non nella video arte. Ogni fotogramma ha una costruzione simile a quella di un dipinto, ma dal quale si eleva per l’elemento sonoro. Si pensi alle straordinarie sequenze di Strawberry Fields o di Mr Kite. Le canzoni dei Fab Four funzionano perfettamente nei loro nuovi arrangiamenti e riescono a rievocare l’intero panorama musicale di quegli anni, dal gospel al rock, dal pop alla lirica: le musiche sono del marito della Taymor, il premio Oscar (per Frida) Elliott Goldenthal. E citati sono anche personaggi simbolo dell’epoca: Janis Joplin, Jimi Hendrix e un Joe Cocker che appare davvero (in più i camei di Bono e di Salma Hayek). Per costruire questo mondo che ebbe in NewYork il proprio epicentro, i riferimenti visuali diventano le bambole di Peter Schumann, le cover degli album delle band dell’epoca, ”Hair” e il teatro come luogo in cui tutti possono entrare in scena e dopo due passi trovarsi al centro dell’attenzione. Si canticchia seguendo la storia, si aspettano i cori e i contro cori in ogni canzone in cui siamo abituati ad ascoltarli, ma soprattutto si rimane affascinati dalla capacità di questa regista, così visionaria e allo stesso tempo ancorata alla realtà (intesa come Storia: che si ripete, che scorre), di inventare quadri e creare emozionanti percorsi mentali per associazioni di idee. I suoi attori sono tutti perfetti, interpreti e allo stesso tempo cantanti in presa diretta (quel che si sente è sempre la loro voce in quel momento, nessuna registrazione). Divertenti le scelte dei nomi dei protagonisti e impossibile non accompagnare “Lucy in the sky with diamonds” dalle immagini dei titoli di coda. Se all’inizio si è utilizzata la parola capolavoro è per questo: quanti altri film in futuro sapranno sintetizzare con la stessa efficacia e bellezza quel mondo raccontato da “Across the universe”? Quanti film musicali avranno più inventiva, più studio dietro ad ogni scelta, più allegria e gioia di vivere rispetto a questo? Forse qualcuno potrà trovare il tutto, in alcuni frangenti, ripetitivo o forzato nel suo sviluppo, ma sarebbe un appunto che non guarda in profondità. Quando la quantità è di momenti riusciti, come accade in questo film, annoiarsi è un insulto alla fantasia.

La frase:
- "Avete buona memoria per i visi?"
- "Si, perché?"
- "In bagno non c’è lo specchio."

Andrea D’Addio

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