AAA Achille
Esordio alla regia per Giovanni Albanese, scultore foggiano, che ha già collaborato con Giovanni Veronesi ("Silenzio si nasce") e il suo quasi omonimo Antonio Albanese (nello spettacolo teatrale "Giù al nord"), "AAAAchille" è la storia di un bambino (interpretato dal bravo Loris Pazienza) che, balbuziente, viene costretto a frequentare un centro per la cura dei vari problemi riguardanti la difficoltà di esprimersi "normalmente". La clinica è gestita da un mezzo matto (Paolo Bonacelli), che impone ai suoi pazienti di parlare cantando. Ma nella clinica Achille farà la conoscenza anche di Remo (Sergio Rubini), che gli aprirà nuove prospettive su come affrontare la vita.
Il film si affianca a quel filone che tratta dell'handicap in maniera leggera ma efficacissima (è d'obbligo ricordare "Il grande cocomero" di Francesca Archibugi e il purtroppo sottovalutato "Ivo il tardivo" di Alessandro Benvenuti), creando un racconto che affonda le basi in qualcosa di drammatico, ma che si sviluppa in forma di commedia. Bisogna dire che non è facile raccontare qualcosa del genere senza cadere nella trappola della retorica, o senza riuscire a centrare bene l'obbiettivo. Albanese è riuscito a descrivere in maniera semplicissima quello che c'è dietro un handicap: la paura di non riuscire a capire il mondo, l'angoscia di dover essere "diversi" o semplicemente il non riuscire a crescere.
Il film scorre con una linearità quasi naif, che non deve essere scambiata per banalità.
Alcuni dei personaggi sono assolutamente geniali (su tutti il professore, interpretato dal bravissimo Franco Barbero, che dopo che gli è crollato davanti il soffitto della sua aula dice soltanto no). Ovviamente però il film non è soltanto un film sull'handicap (tanto più che la balbuzie, della quale anche Albanese ha sofferto, è uno dei disturbi più "tollerabili"), ma parla principalmente di un bisogno di sentirsi accettati, rimanendo diversi. Ed è proprio questo il filo del film: è proprio necessario "guarire" se questo comporta perdere la possibilità di sentirsi speciali, per diventare uguali a quelli che stanno lì fuori? Gli altri forse si aspettano soltanto che una persona risponda alle loro esigenze borghesi di "normalità". Non riusciranno mai a vedere che una persona può volare anche se non ha delle ali posticce che loro gli hanno imposto.
E forse è qui la forza di queste persone "diverse": poter andare più in alto di tutti, proprio per aver capito che si può fare a meno di quelle ali finte che la gente "normale" ti vuole far indossare, e che inevitabilmente ti tengono ancorato a terra. Per volare ci vuole di più, forse anche solo la coscienza di noi stessi.

Renato Massaccesi

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