4 minuti
"C'è una cosa dotata di una capacità d'esasperare, che una persona non raggiungerà mai: un pianoforte" diceva Marcel Proust. Ed è probabilmente su questo fondamento che sia gli autori di "Shine" nel 1996 (che comunque era la storia vera di David Helfgott) che oggi quelli di "4 minuti" si sono basati per raccontare le rispettive storie: vite o frammenti di essa di pianisti che trovarono nel più completo degli strumenti musicali, sia l'arma del loro talento che un pesantissimo fardello.

Jenny è un'ex bambina prodigio del pianoforte, che a causa degli abusi sessuali del padre ha intrapreso una vita fatta di eccessi e violenza. In carcere il suo talento viene notato da un'anziana insegnante di musica che vorrebbe prepararla e farla partecipare ad un concorso per ragazze sotto i ventuno anni. Il rapporto tra le due è però difficoltoso e anche i gestori del carcere fanno di tutto per boicottare la riuscita del progetto...

Impostato come tanti altri film in cui un giovane talentuoso, ma distratto dalle contingenze di queste esistenze sempre più problematiche, sta perdendo di vista e "sprecando" ciò per cui pare esser venuto al mondo (la matematica di "Will Hunting", la scrittura di "Scoprendo Forrester") prima che arrivi il saggio adulto ad aiutarlo che però ha scheletri nell'armadio, il film del tedesco Chris Kraun ha, rispetto agli analoghi prodotti statunitensi, il grosso merito di chiudere le fila di un discorso a prima vista banale, in maniera molto più spontanea e irruente di quanto ci si possa aspettare. Il resto, una storia di redenzione con accenni all'amore omosessuale tra donne ai tempi del nazismo, l'inferno delle carceri, la critica ai giochi politici che nascono su qualsiasi evento di una minima rilevanza sociale e gli abusi domestici che sono capaci di stravolgere le vite di chi li subisce, sono discorsi tanto validi quanto affrontati senza troppa convinzione, quasi a voler mettere tanta carne sul fuoco e dare sempre più drammaticità a due protagoniste, capaci invece di esprimere tutta la loro sofferenza giusto con uno sguardo. Il loro rapporto infatti, così difficile nel trovare equilibri, così come forte alla radice, è quel fulcro su cui poggia la forza del racconto: l'inadeguatezza che si prova a stare al mondo quando ormai tanto, troppo è compromesso. Un film che vive di fiammate fino ad un finale in crescendo che non lascerà insoddisfatti gli spettatori.

La frase: Tu sei il tipo che ruberebbe la cicca di una sigaretta da un cadavere.

Andrea D'Addio

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