Vita Smeralda
A nove anni da "Gli inaffidabili" (1997), pellicola in cui riunì il quartetto comico dei "Gatti di Vicolo Miracoli", l'attore Jerry Calà torna dietro la macchina da presa per dedicarsi alla sua quarta fatica registica: Vita smeralda. E ricorda proprio lo stile degli esilaranti hit musicali dei "Gatti" la title-track (scritta e cantata dallo stesso Calà), destinata a trasformarsi nel tormentone da discoteca dell'estate 2006, che apre e chiude la vicenda delle tre amiche Luana, Elena e Silvia, rispettivamente interpretate da Francesca Cavallin, Benedetta Valanzano e l'ex Miss Italia Eleonora Pedron. L'una estetista, l'altra contabile, la terza banconista da Mc Donald's, insoddisfatte della solita vacanza in campeggio e decise a trascorrere l'ultima stagione della loro vita, ovvero quella dei vent'anni, piantano in asso amici e fidanzati per trasferirsi nella vicina Porto Cervo, alla ricerca di divertimento e lusso sfrenato. Quindi, Luana si troverà a dover scegliere tra l'aristocratico Manolo (Davide Silvestri) ed il fioraio napoletano Walter (Luigi Cassandra), mentre Silvia finirà in una situazione alla Pretty woman ed Elena verrà travolta dalle incasinatissime vicende private del suo mito calcistico Giorgio Alfieri (interpretato dallo stesso), ponendo le basi per quello che si presenta come un solare spaccato su celluloide relativo all'odierna (e per nulla apprezzabile) gioventù tricolore, sempre più rapita dai reality show ed affetta dalla sfrenata mania di apparire a tutti i costi, con inevitabile risvolto sentimentale. Una delle principali brutture della nuova Italia viene quindi posta all'attenzione dello spettatore, nuda e cruda, però, tra "Ah belle", "Ah boni", "E' un figo", manca totalmente quella particolare capacità analitico-critica di cui i tanto (gratuitamente) biasimati fratelli Vanzina si sono rivelati con il tempo invidiabili possessori, qui in buona parte sostituita da un'infinità di insignificanti apparizioni, da Little Tony a Demo Morselli, a Umberto Smaila, per concludere con Flavio Briatore ed il dj Ringo, il quale esclama: "Io faccio il disc jockey, non il magnaccia!".
E rappresenta un vero dispiacere dover parlare in maniera tutt'altro che positiva di un'operazione volta a tenere alta la bandiera della commedia, genere di cui siamo sempre stati (e giudicati) autentici maestri, tanto più che si tratta del nuovo lavoro di Calà, sicuramente il talento comico più sottovalutato dello stivale del globo, il quale si ritaglia anche una parte, nel ruolo di sé stesso, alle prese con un invadente produttore russo. Purtroppo, però, lo script, concepito in collaborazione con il veterano Gino Capone, il cui curriculum sembra un vero e proprio manifesto del cinema di genere (oltre trenta sceneggiature, tra commedie, poliziotteschi e drammi, da "Zenabel" a "Tutti all'attacco"), finisce per toccare molti argomenti, dalla bisessualità ai rapporti a tre, senza mai approfondirne uno, penalizzato anche da una martellante e frenetica regia da "disco-film", talmente veloce da lasciare insoluti alcuni aspetti (che fine fa Max Parodi?) per tirare invece in ballo personaggi di cui non si sentiva davvero il bisogno (vedi Lory Del Santo). E, tra squallide battute riguardanti un ipotetico sito godereccio www.G.come e "Federica la mano amica" (sic!) per alludere alla masturbazione, risulta più fiacca del solito perfino la performance del grande Guido Nicheli, comunque sempre capace di strappare qualche risata col suo inconfondibile accento milanese, all'interno di un autentico festival del narcisismo esasperato che, nonostante la vaga morale annessa, spinge al massimo a pensare in maniera ironica che il mare di Sardegna sia l'unico in cui non c'è neppure una "cozza".
Quindi, nel XXI secolo, lo spettatore italiano esce di casa per dimenticare la monotona e poco interessante televisione e concedersi al più emozionante e variegato grande schermo, ritrovandovi inaspettatamente, però, gli stessi volti e ritmi. E ciò rappresenta tutt'altro che un bene, perché, proseguendo di questo passo, se la tv è oggi cattiva maestra, il cinema italiano potrebbe rivelarsi progressivamente un pessimo professore.

La frase: "Ragazzi non se ne può più, sembra Sapore di mare - 30 anni dopo".

Francesco Lomuscio

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