Vinyan
A distanza di quattro anni dalla sua ultima fatica (era il 2004, e il film era l’horror Calvaire), il regista belga Fabrice du Welz, torna, e lo fa, con un nuovo progetto, molto diverso dal precedente, soprattutto per impatto emotivo e per qualità narrativa.
Cronologicamente tutto incomincia dal dopo Tsunami nell’Est Asiatico del 26 dicembre 2004, che fece decine di migliaia di morti, e altrettanti dispersi.
Du Welz parte proprio da questa immane tragedia, per raccontare le vicende di una coppia, Jeanne e Paul Bellmer, che dopo aver riconosciuto in un video girato in Birmania il loro figlio scomparso, iniziano delle spasmodiche ricerche per ritrovarlo.
Disposti a qualsiasi cosa pur di riabbracciarlo, si affidano, pagando a caro prezzo (e non solo in termini economici) loschi individui, i quali, invece di aiutarli, sapranno solo essere feroci nemici.
La storia in apparenza sembra avvincente, ma non è così.
Una sorta di apatia narrativa e di staticità emozionale avvolgono infatti tutto il film, sfociando, in certe occasioni, in ridicoli momenti visionari, che poco c’entrano con la storia.
La cosa che colpisce positivamente, in questo scenario di disperazione e di desolazione interiore, sono i soli due attori protagonisti, da un lato un Rufus Sewell (Il destino di un cavaliere, Hamlet), credibile, in una recitazione pulita, e la sempre bellissima Emmanuelle Beart, viva, fisica, tormentata.
Due belle prove, ma che non bastano a salvare un lavoro, che alla fine dei conti, anzi già a metà, appare già naufragato miseramente.
Quello che non convince assolutamente sono i molti passaggi a vuoto, che il regista fa intravedere durante tutto il suo percorso di racconto: flashback, deliri onirici, follie tribali, finiscono per risultare disturbanti, a tratti scoccianti, per una pellicola, che inizia bene, ma che si disperde, senza più ritrovarsi.
Un viaggio, che tra simbolismi e richiami esoterici, dimentica il suo vero obiettivo.
Sinceramente c’era da aspettarsi qualcosa di più da un regista, che in precedenza aveva catturato l’attenzione per lavori più che apprezzabili, che ce lo avevano fatto conoscere soprattutto per iniziativa e talento registico.
Un soggetto, che poteva, e doveva, essere affrontato in maniera diversa, anche perché gli attori, bravissimi nei loro ruoli, sarebbero stati in grado di dare molto di più, rispetto a quello che realmente vediamo.
Oggi il vero "calvaire" non è più un successo, ma sembra essere proprio Vinyan.

La frase: "Ogni fiaccola incarna uno spirito".

Andrea Giordano

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