Turistas
Il prologo si presenta subito all'insegna dell'inquietudine, mostrandoci una ragazza che, sofferente, si trova a dover subire un'operazione-tortura da parte di un ignoto personaggio che vediamo riflesso nel suo occhio aperto.
Una volta terminati i titoli di testa, veniamo subito a conoscenza dei sei giovani turisti rimasti a piedi dopo che il malridotto autobus in cui viaggiavano su una tortuosa strada del Brasile è finito in un burrone: l'americano Alex (Josh Duhamel), sua sorella Bea (Olivia Wilde), la sua migliore amica Amy (Beau Garrett), i due inglesi Finn (Desmond Askew) e Liam (Max Brown) e la sexy australiana Pru (Melissa George).
Da questo momento in poi, conoscendo le precedenti prove registiche dell'attore John Stockwell (lo ricordate in "Christine-La macchina infernale" di John Carpenter o nel vanziniano "Miliardi"?), e tenendo conto in particolar modo del pessimo "Trappola in fondo al mare" (2005), ci si aspetterebbe l'ennesima sequela di immagini da depliant turistico accompagnata da un'infinità di riprese subacquee.
I due elementi in questione, infatti, sono in realtà più che presenti in "Turistas", ma decisamente ben integrati con l'atroce vicenda dei poveri bellocci che, drogati e derubati, prima vengono aiutati da un ragazzo del posto di nome Kiko (Agles Steib), poi finiscono per essere perseguitati dal folle Zamora (Miguel Lunardi), il quale intende espiantargli gli organi con l'obiettivo di donarli ai bambini brasiliani.
Perché, come in "Hostel" (2005), con il quale il lungometraggio sembra avere non poche affinità, ad essere criticato è prima di tutto il tipico atteggiamento vacanziero manifestato da buona parte delle cosiddette civiltà industrializzate, facilmente propense a cercare un divertimento che è spesso sinonimo di turismo sessuale in paesi che di paradisiaco hanno il più delle volte soltanto l'aspetto esteriore.
Ma, a differenza del comunque apprezzabile film di Eli Roth, che appariva nettamente diviso in una prima parte da teen-movie ed una seconda ultra-gore, qui i momenti di violenza vengono abilmente disseminati nell'intero corso della narrazione, ricorrendo a dosati spargimenti di sangue che non risultano mai in eccesso, mentre il retrogusto socio-politico esce maggiormente allo scoperto, associando le atrocità di turno all'ennesima conseguenza generata dall'uomo bianco, secolare sfruttatore.
E Stockwell, forte anche del primo script firmato dal montatore Michael Arlen Ross (nel suo curriculum, tra gli altri, "Wrong turn" e "2001 maniacs"), riesce nella non facile impresa di catturare fin dai primi minuti di visione l'attenzione dello spettatore, trasportandolo lentamente, attraverso il buon ritmo conferito all'insieme, verso la tesissima e claustrofobica parte finale, girata con notevole capacità tecnica tra foreste e grotte sottomarine.
Pur scadendo a volte nel ridicolo involontario e conferendo l'impressione di una frettolosa corsa all'epilogo, per un elaborato di celluloide che, ancor prima che nelle vesti di film di paura, sembra presentarsi in quelle di dramma volto a mostrare gli orrori di concrete realtà, in quanto i mostri in questione non sono altro che comuni, insospettabili esseri umani.

La frase: "Tu sapevi che negli Stati Uniti d'America è di sette anni l'attesa per avere un rene sano? Ed in Europa è perfino peggio"

Francesco Lomuscio

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