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Tolo Tolo

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio27 dicembre 2019Voto: 7.0
 

  • Foto dal film Tolo Tolo
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Prima ancora che la “Vagabondo” di Nicola Di Bari provveda ad accompagnare i titoli di testa, è un lungo prologo ad introdurre il debutto dietro la macchina da presa per il golden boy del cinema tricolore Checco Zalone (all’anagrafe Luca Medici), il quale, dopo aver effettuato un’escursione in Africa nel “Quo Vado?” diretto nel 2016 da Gennaro Nunziante, fa qui ritorno – affiancato in fase di sceneggiatura da Paolo Virzì – nel Continente nero.
Infatti, mentre la ex starlette delle commedie sexy Barbara Bouchet viene coinvolta in un piccolo ruolo e il citato Di Bari rientra anche tra gli attori nei panni di zio Nicola, lo stesso Zalone incarna un imprenditore altamente sognatore che, fallito il tentativo di avere successo aprendo un ristorante di sushi nel sud dello stivale più famoso del globo, decide di andare a cercare fortuna nel paese in cui fa conoscenza con il cinefilo Oumar alias Souleymane Sylla e con la bella Idjaba interpretata da Manda Touré, la quale ha al seguito il piccolo Doudou dal volto di Nassor Said Birya.
Tutti individui di colore insieme a cui, a causa della guerra in corso sul posto, si vede costretto a fare ritorno nella sua patria, percorrendo la tortuosa rotta dei migranti e filtrando attraverso gli stilemi della commedia, di conseguenza, una tanto chiacchierata realtà nostrana d’inizio terzo millennio.
Realtà che, in mezzo a non troppo appetitosi panini con carne Simmenthal e pesca sciroppata o farciti di ananas e sardine, riesce ad affrontare anche in maniera più convincente rispetto a tanti film seriosi o all’infinità di documentari messi chiaramente in piedi nel solo fine di sfruttare finanziamenti statali.
Perché, man mano che il politico pugliese Nichi Vendola appare brevemente nella parte di se stesso e che la ricca colonna sonora sfodera, tra le altre, “Italia” di Mino Reitano e “Hula hoop” di Plastic Bertrand, il Checco nazionale fa ricredere i molto poco intelligenti benpensanti che non hanno esitato a definirlo “razzista” in seguito alla diffusione del suo videoclip promozionale “Immigrato”, immediatamente trasformatosi, come di consueto, in tormentone. Un esilarante tormentone proto-Toto Cutugno che va ad affiancarne altri durante la circa ora e mezza di visione, forse meno comica se confrontata ai quattro precedenti lungometraggi zaloniani, ma in grado comunque di strappare risate e di intrattenere in maniera piacevole lo spettatore.
Circa ora e mezza di visione mirata a ricordare che tutti abbiamo il fascismo dentro e che, quando viene fuori (col sole e con lo stress!), lo si può combattere soltanto usando l’amore, ma anche a precisare che la contraffazione non si deve mai fare se non si è cinesi (!!!). Circa ora e mezza di visione che, al di là dei riferimenti espliciti a “Roma città aperta” di Roberto Rossellini e “Il tè nel deserto” di Bernardo Bertolucci, non sembra nascondere più di tanto neppure un certo retrogusto neorealista, concedendo spazio perfino a piccole emozioni. Ma senza mai scadere nella facile retorica e, anzi, muovendo su diversi fronti critiche più o meno scorrette (quindi efficaci) che possiamo individuare sia nell’attacco all’ipocrisia del giornalista Alexandre Lemaitre, ovvero Alexis Michalik, pronto a snocciolare “I più poveri che ho conosciuto sono così poveri che hanno soltanto i soldi”, sia nell’irresistibilmente divertente scalata al potere del Gramegna di Gianni D’Addario.
Un Gramegna vestito come Giuseppe Conte, dal linguaggio analogo a quello di Matteo Salvini e che gode di una carriera simil-Luigi Di Maio... al servizio di una scorrevole operazione in fotogrammi che risente soltanto di eccessivo ricorso a situazioni oniriche cantate, tirando in ballo anche un miscuglio di animazione e live action in evidente omaggio al classico Disney “Pomi d’ottone e manici di scopa”.


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