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Le Due Vie del Destino - The Railway Man











Si possono dimenticare gli orrori della guerra e le torture e andare avanti con la propria vita come se niente fosse? A vedere quello che succede al protagonista de “Le Due Vie del Destino - The Railway Man” la risposta sembrerebbe essere negativa. Infatti, la vita dell’ex soldato Eric Lomax, interpretato dal bravissimo Colin Firth, scorre monotona e triste nel ricordo del periodo in cui fu prigioniero durante la guerra e portato in Tailandia sul sito di quella che viene conosciuta come La ferrovia della morte. Frequenta un gruppo di ex veterani come lui, molti dei quali furono fatti prigionieri nel suo stesso posto e periodo.
La sua esistenza ha una svolta quando conosce Patti e se ne innamora. Sembra andare tutto bene, ma dopo il matrimonio l’uomo ha un crollo emotivo ed è perseguitato dai ricordi di quel tremendo periodo. Si chiude in se stesso, ha spesso reazioni violente ingiustificabili e non dialoga con la moglie, allontanandola ed escludendola dal problema. La donna, però, non si arrende e decide di parlare con un caro amico del marito, prigioniero dello stesso campo, perché vuole capire cosa sta succedendo. Scopre così che Lomax è stato sottoposto a torture inumane dopo che fu trovata una radio che lui e i suoi compagni avevano costruito. Torture di cui non ha raccontato i particolari nemmeno ai suoi commilitoni. Lomax non sembra essere in grado di affrontare la situazione e superare il fardello che si porta appresso, tanto più quando scopre che uno degli uomini responsabili di quei fatti è ancora vivo e fa la guida proprio nei luoghi che hanno visto quegli orrori. Sarà un evento inatteso a scuoterlo e a farlo reagire.
Lomax si troverà allora a dover scegliere tra la vendetta e il perdono, ma soprattutto dovrà scegliere se arrivare a patti con quello che gli è successo e andare avanti o se continuare a portare sulle spalle un fardello tanto pesante, rovinando definitivamente la sua esistenza e quella della moglie.
La pellicola, basata su una storia vera e diretta da Jonathan Teplitzky, si avvale di un cast straordinario che, oltre il protagonista premio Oscar per “Il discorso del re”, vede nei panni della consorte di Lomax Nicole Kidman e in quelli dell’amico Finlay l’attore svedese Stellan Skarsgård. A prestare il suo volto alla versione giovane di Eric è invece Jeremy Irvine, già visto in “Grandi speranze“ e “War Horse“. La parte migliore del film è proprio l’interpretazione di Firth, anche se molto lontana dai suoi massimi livelli, che riesce a dare al suo personaggio un’aria tormentata e malinconica, in lotta con se stesso e con i suoi ricordi, chiuso al mondo esterno e incline a sfoghi di rabbia inespressa. Infatti, il suo è l’unico personaggio di spessore e approfondito che incontriamo durante il film. E questa è una delle pecche peggiori della pellicola, il non aver approfondito e curato meglio la caratterizzazione dei personaggi, con una Nicole Kidman che da vita ad una donna di contorno, la cui apparizione è fugace, sfocata, ai margini e potenzialmente ininfluente, anche se, come si intuisce dalle parole dei protagonisti, è proprio l’amore per lei quello che spinge Lomax alla reazione. Lo stesso avviene per il personaggio di Finlay, le cui azioni sono fondamentali al fine del svolgersi della vicenda, ma di cui il motivo è solamente intuibile, visto il poco approfondimento dedicato alla sua figura.
Un altro problema del film è il non volersi sbilanciare e non regalare emozioni se non quelle scaturite dalla naturale empatia personale con il dolore altrui. Insomma, una pellicola che avrebbe potuto osare di più per toccare maggiormente le corde più sensibili degli spettatori e far riflettere e discutere su un periodo così buio della nostra storia, ma che invece ha preferito tenersi su posizioni comode e dal sapore diplomatico. Teplitzky alla regia svolge il suo compito raggiungendo la sufficienza, ma senza guizzi di fantasia e con poco pathos.

La frase:
"Nessuno crederebbe a quello che ci avete fatto".

a cura di Redazione FilmUP.com

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