Invisible
Per il suo ritorno dietro la macchina da presa, a tre anni da "Blade: Trinity" (2004), lo sceneggiatore David S. Goyer, il cui curriculum spazia dallo script di "Colpi proibiti" (1990) con Jean-Claude Van Damme a quello di recenti comic-movies (tra cui "Batman begins" e l'imminente "The dark knight"), sceglie la trasposizione su pellicola di "Den Osynlige", romanzo di Mats Wahl, già portato sullo schermo nell'omonimo lungometraggio svedese diretto nel 2002 da Joel Bergvall e Simon Sandquist.
A metà strada tra "Ghost-fantasma" (1990), "The sixth sense-Il sesto senso" (1999) e le storie di criminalità giovanile, protagonista della vicenda è il liceale Nick Powell (Justin Chatwin), il quale, creduto morto dalla sbandata Annie Newton (Margarita Levieva), che lo ha aggredito e malmenato insieme ad altri due compagni di negative imprese, si trova in realtà bloccato tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, tanto da vagare tra gli esseri umani senza essere visto e sentito.
Eppure, al di là delle non originalissime premesse, cui si aggiungono, ovviamente, le indagini per ritrovare il ragazzo scomparso, "Invisible" fa storcere il naso già nel corso dei suoi primi venti minuti di visione, dedicati in maniera didascalica ad una lunga e tutt'altro che indispensabile presentazione del personaggio di Nick, interpretato da un Chatwin da dimenticare, soprattutto se confrontato al bravo Chris Marquette ("La ragazza della porta accanto") che veste i panni del suo amico Pete.
Tra infinità di canzoncine orecchiabili ed una certa, rigida linearità tipica delle storie a fumetti che su celluloide, però, finisce soltanto per appiattire la narrazione, Goyer sembra sfoggiare un indeciso stile registico, ulteriormente penalizzato sia da situazioni ridicole (in particolar modo i momenti in cui Nick, invisibile a tutti, oltre a parlare da solo si mette pure a filosofeggiare) che dalle immancabili dosi di facile buonismo targato Disney.
Ed i produttori, come grida la locandina, saranno pure gli artefici del succitato gioiello diretto da M. Night Shyamalan, ma qui, a parte l'elemento soprannaturale di base, non vi è alcuna traccia della poetica e delle doti del regista di "The village" (2004), tanto che l'insieme, all'interno di cui salviamo soltanto la bella fotografia di Gabriel Beristain ("The ring 2"), dispensatrice di una grigia e triste atmosfera, non sembra altro che un'imitazione televisiva dei suoi elaborati.
Nel corso della cui visione, però, l'impressione generale è quella di trovarsi dinanzi alla noiosa attesa dell'arrivo degli spot pubblicitari.

La frase: "Annie, lo so che puoi sentirmi, digli dove è il mio corpo".

Francesco Lomuscio

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