Signorina Effe
Ognuno la sua “Effe”. Il titolo di un vecchio film di Orson Welles era “F come Falso”, in questo caso invece la signorina “F” non è contrariamente a quanto si possa pensare una misteriosa ragazza dal nome incompleto, ma uno dei colossi dell’economia italiana dell’ultimo secolo, la FIAT.

La storica fabbrica di Torino nell’autunno del 1980 fu teatro di un tesissimo scontro tra i dirigenti che annunciarono un clamoroso taglio del personale e la classe operaia, che si organizzò per un lungo sciopero contro quei licenziamenti che avrebbero portato alla disperazione migliaia di famiglie.
Una di queste è quella che si rende protagonista nell’ultima pellicola di Wilma Labate (un film importante nel suo curriculum? “La mia generazione”, scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar nel 1996).
Come nel viscontiano “Rocco e i suoi fratelli” tutto ruota intorno alle traversie sentimentali e lavorative di un nucleo familiare proveniente dal profondo Sud in cerca di maggior fortuna.
Padre, madre, nonna e i tre figli: il maschio, incolore e passivo, e le due sorelle, molto diverse tra loro:
Magda (la sempre brava Sabrina Impacciatore... meriterebbe davvero più spazio) e l’impiegata Emma (la volenterosa Valeria Solarino).
Quest’ultima è il grande sogno di papà: sta per laurearsi in matematica, è legata sentimentalmente ad un dirigente della FIAT (un misurato Fabrizio Gifuni) e quindi può affrancare i sogni e i sacrifici di una vita, cancellando le fatiche dell’emigrazione e della dura vita in fabbrica con un significativo “salto” sociale. La sua vita è però destinata ad incrociarsi con quella di un burbero operaio sindacalizzato, un uomo semplice e concreto, di poche parole ma profondamente sensibile. A dare anima e corpo ad un ruolo non facile è la vera sorpresa del film, l’umbro Filippo Timi (emergente da tenere d’occhio: “Saturno contro”e “In memoria di me”). Sguardo bruciante, in perfetta antitesi con quello sfuggente della bellissima Solarino.

La storia d’amore violenta e passionale dei due, con la carnalità di Sergio e le continue indecisioni di Emma, sospesa su quale sia davvero la strada che il suo cuore debba prendere si alterna a quella che è la Storia, qui in una delle pagine forse più cupe per il nostro Paese: gli anni di piombo, rivisitati con piglio documentaristico (e con autentici e significativi filmati d’epoca) e un’accurata ricostruzione d’epoca.
Se c’è un merito che la pellicola ha è proprio questo: riportare alla luce e affrontare senza inutili appesantimenti un periodo difficile, che forse non è un caso sia stato finora poco preso in considerazione dalla cinematografia italiana.

Le intenzioni sono oneste e buone, il risultato non è purtroppo all’altezza, complice qualche lungaggine di stampo televisivo o il girare un pò a vuoto della sceneggiatura (che pure vanta l’altisonante presenza di Domenico Starnone). I ruoli principali sembra abbiano bisogno di spiccare il volo, invece rimangono un pò ingabbiati in dialoghi scialbi e poco incisivi. Un vero peccato, perché i momenti interessanti non mancano, come un curioso finale, che ovviamente non raccontiamo, ma che certo ha suscitato qualcosa nella testa degli estimatori di Sydney Pollack e del suo "Come eravamo"...

La frase: "Non si può più dire alle donne cosa devono fare!".

Stefano Del Signore

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