Rembrandt's J'accuse
Viviamo in un mondo in cui la cultura testuale ha sempre avuto la parte del leone rispetto alla cultura dell’immagine. Nelle scuole si insegna a leggere le peculiarità di un testo più che a guardare attivamente l’apparato iconografico di un dipinto. Ed è per questo – così almeno suggerisce Peter Greenaway – che abbiamo un cinema così povero. Nel passato l’immaginario veniva creato, stabilizzato e imposto dai pittori, proprio per l’immedatezza e la comune fruibilità delle loro opere, spesso esposte pubblicamente. Il regista inglese prende in esame "La ronda di notte" di Rembrandt, svelando il segreto dimenticato che sta alla base di quest’opera.

Completato nel 1642, "La Ronda di notte" dà una rappresentazione della milizia cittadina di Amsterdam e si tratta apparentemente di un dipinto di genere che allora andava di moda, e che serviva a dare lustro ad esponenti della borghesia che amavano farsi ritrarre come condottieri pronti all’azione. Eppure, sparsi nel dipinto, Rembrandt nascose degli indizi che accusavano di omicidio i personaggi ritratti al centro del quadro. La vittima era il capitano della milizia, morto in circostanze misteriose durante un’esercitazione militare e forse vittima di una cospirazione internazionale che avrebbe favorito la corona inglese e ancor di più l’emergente borghesia banchiera olandese. Peter Greenaway mostra 31 degli indizi che sembrano corroborare questa tesi.

Greenaway aveva già esaminato l’affaire Rembrandt in una pellicola presentata al Festival di Venezia nel 2007 e identificava la causa del declino del pittore proprio nella creazione di questo dipinto di denuncia, reso di fatto innocuo dalle persone che venivano apertamente denunciate dallo stesso Rembrandt. In questo documentario viene ripresa la questione del dipinto ed analizzata in maniera sistematica, grazie anche a un corposo apparato iconografico che rivela il lungo lavoro filologico del regista inglese sull’argomento. Greenaway rende questo percorso fruibile come un poliziesco, mescola scene del film, immagini di quadri e ricostruzioni al computer legandole alla sua voce, non fuori campo, ma legata al proprio capo fluttuante – un modo per mostrare la propria convinzione nella tesi esposta. Lo stile è quindi visionario ed evocativo, oltre che estremamente avvincente. Un caso poliziesco del passato da riaprire e riesaminare.

La frase: "Avere occhi non comporta necessariamente il saper guardare".

Mauro Corso

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