Polisse
Non è facile la realtà quotidiana della Brigata per la Protezione dei Minori (BPM), della polizia di Parigi.
In trincea, al cospetto di vicende che sono insostenibili per ogni mente umana, tollerati dalle altre divisioni, con pochi mezzi a disposizione, poco tempo e molta frustrazione. Violenze sui bambini, pedofilia, abusi di ogni tipo, stupri... Melissa, fotografa inviata dal Ministero degli Interni, è incaricata di documentare il lavoro di questo gruppo, che risulta essere quasi una famiglia, un po’ disfunzionale, con momenti di grande unità e forti tensioni.
Conosceremo le loro vite, le vicende personali, i sentimenti che si sfilacciano o sbocciano, sempre intrecciati a questo quotidiano senza speranza... perché, per alcuni lavori, non c’è mai una fine o un punto. Come si fa a chiudere fuori dalla porta, la sera, al ritorno in famiglia, certe tragedie?
Maïwenn Le Besco, qui regista, sceneggiatrice e attrice (è la fotografa Melissa), gestisce un materiale scottante con sensibilità profonda, che forse le nasce da violenze patite nell’infanzia, di cui ha accennato, dall’impressione suscitata da un documentario trasmesso in televisione, da studi approfonditi e ricerche sul campo. Ciò che ne deriva è un film atipico che, a prima vista, può ricordare un episodio di una qualche serie televisiva di ottimo livello, ma che, poco per volta, se ne distacca, proponendo una visione spasmodica, con camera a mano, che non risparmia nulla allo spettatore, intreccia, fa e disfa vicende lavorative e private, sottolinea l’impossibilità di scrollarsi di dosso il male, mettendo a nudo coppie in crisi, famiglie disgregate o problematiche. Perché quel male ogni membro della squadra se lo porta dentro casa, non è un qualcosa che puoi gettarti dietro le spalle. Maïwenn mostra ciò che accade nelle giornate, in un intrico di storie che rimangono lì, senza soluzione, senza conclusione: non ci è dato sapere come si concluderà una vicenda, se ci sarà o meno giustizia, se un riscatto è ancora possibile. E l’autrice mostra l’orrore, mette il dito nella piaga della pedofilia, osa guardare in faccia l’inguardabile. Anomalo film, ibrido, inclassificabile, con i toni di un finto documentario, con le escursioni nel privato degli agenti, uomini e donne della squadra. Imperfetto, certo, in alcune derive, nel mostrare eccessivo, in un finale a effetto, ma potente e coraggioso come la verità sa essere.

La frase: "E allora cosa faresti per un computer?".

Donata Ferrario

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