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Pinocchio (2019)

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio12 dicembre 2019Voto: 6.0
 

  • Foto dal film Pinocchio (2019)
  • Foto dal film Pinocchio (2019)
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Scritta dal Carlo Lorenzini detto Collodi, la storia del pestifero burattino di legno che voleva diventare un normale bambino come gli altri la conosciamo praticamente tutti; tanto più che, dopo l’invenzione delle immagini in movimento, ha avuto non poche volte modo di finire sullo schermo, dal mediometraggio muto “Pinocchio”, firmato nel 1911 da Giulio Antamoro, a un film d’animazione proposto quasi cento anni più tardi da Enzo D’Alò.
Tutte versioni che, in ogni caso, non reggono affatto il confronto con la insuperabile mini-serie televisiva “Le avventure di Pinocchio”, interpretata nel 1972 da Nino Manfredi sotto la regia di Luigi Comencini e della quale, a tratti, in questa rilettura a cura di Matteo Garrone sembrano essere emulate le mitiche musiche che vennero composte da Fiorenzo Carpi.

Una rilettura che sfrutta il trucco classico alla vecchia maniera per poter trasformare Federico Ielapi nel piccolo protagonista, il cui creatore/babbo è il falegname Geppetto incarnato da un Roberto Benigni che non esita ad adattare al personaggio la propria personale maniera di far ridere.
Soltanto il primo grande nome di un importante e decisamente in forma cast che, oltre a Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini calati nei panni dei truffaldini Gatto e Volpe, include Alida Baldari Calabria e Marine Vacth in quelli della Fata da bambina e da adulta, il Davide Marotta di “Phenomena” nel doppio ruolo del Grillo parlante e di un burattino e un Gigi Proietti Mangiafuoco.
Senza contare Teco Celio che, nascosto dietro le scimmiesche fattezze del giudice del Palazzo di giustizia, non solo sembra lanciare una frecciatina all’Italia nell’affermare “In questo paese gli innocenti vanno in prigione”, ma provvede anche ad alimentare la varietà di individui dai connotati animaleschi atti ad aumentare il fantastico clima da fiaba.

Una fiaba mirata, come di consueto, a delineare il percorso di crescita verso la maturità e che l’autore di “Dogman” non manca neppure di infarcire con una mutazione in asino dagli echi provenienti in maniera evidente da quella licantropia vista in “Un lupo mannaro americano a Londra” di John Landis.
Del resto, man mano che, in maniera curiosa, sono diversi accenti – dal toscano al napoletano – ad avvicendarsi durante lo svolgimento, non risultano assenti toni dark dispensati dalla splendida fotografia a cura di Nicolaj Bruel nel corso delle oltre due ore di visione.

Oltre due ore di visione che, visivamente affascinanti grazie anche al fondamentale apporto del lodevole lavoro svolto dai reparti scenografici e dei costumi, non hanno nulla da invidiare, per quanto riguarda la resa stilistica, a molto più costosi blockbuster d’oltreoceano.
Finendo, però, dopo una convincente partenza, per rischiare più volte d’infiacchirsi narrativamente con l’avanzare dei fotogrammi; tanto da rimanere uno spettacolo sorprendente sì per gli occhi, ma non molto per il cuore, in quanto piuttosto freddo e difficilmente capace di regalare emozioni autentiche.
Con le parti migliori individuabili proprio nei pochi momenti in cui abbiamo in scena colui che ci regalò “La vita è bella”, qui sicuramente meritevole di premi di rilievo per la sua performance.


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