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Paranormal Activity 3











Nonostante il numero 2 presente nel titolo, il sequel del successo datato 2007 "Paranormal activity" di Oren Peli, diretto da Tod Williams nel 2010 (stesso anno della brutta imitazione dagli occhi a mandorla "Paranormal activity - Tokyo night" di Toshikazu Nagae), si rivelò essere più un antefatto che una continuazione della vicenda su cui venne costruito il primo film.
Le cose non sembrano cambiare neppure in questo terzo tassello della serie, che, realizzato a quattro mani da Henry Joost e Ariel Schulman, responsabili un anno prima dell’acclamato documentario "Catfish", apre nel 2005, per poi passare brevemente al 2006 e, infine, svolgersi quasi del tutto nel 1988.
Perché questa volta vengono raccontati i primi contatti avuti con la presenza malefica dalle piccole sorelle Katie e Kristi, rispettivamente interpretate da Chloe Csengery e Jessica Tyler Brown, che avevamo avuto modo di conoscere, adulte, nei due capitoli precedenti; dei quali, come c’era da aspettarsi, viene bene o male ripresa la formula.
Quindi, mentre l’attesa viene generata attraverso i consueti lenti ritmi di narrazione, si procede tra sospetti rumori casalinghi, porte che si aprono e chiudono da sole e, soprattutto, inquadrature fisse fornite dalle camere appositamente installate per verificare l’esistenza dei fenomeni paranormali all’interno dell’abitazione.
Però, anche se il vero e proprio movimento è relegato in particolar modo nella seconda parte dei circa 85 minuti di visione, la sceneggiatura di Christopher B. Landon – già autore dello script del secondo episodio – prende le distanze dai noiosi risultati conseguiti da Peli e Williams aumentando le occasioni per far balzare lo spettatore dalla poltrona; in mezzo a letti che si spostano all’improvviso, le ragazzine violentemente aggredite dalla forza invisibile e perfino il gioco riguardante la leggenda metropolitana di Bloody Mary.
E, ovviamente, se gli effetti speciali risultano sfruttati a dovere, svolge il suo fondamentale contributo anche il sonoro, al servizio di un prequel che non aggiunge certo nulla di nuovo al genere, ma che, pur senza eccellere, appare gestito decisamente meglio rispetto all’accoppiata di pellicole che l’hanno preceduto.
Insomma, un terzo appuntamento che sintetizza come, per funzionare efficacemente, sarebbe già dovuto essere il capostipite.

La frase:
"Questo casino è iniziato da quando ha cominciato a parlare col suo amico immaginario".

a cura di Francesco Lomuscio

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