Nirvana
Il titolo si riferisce ad un nuovo videogame la cui unica copia, in possesso del programmatore Jimi Dini (Christopher Lambert) a pochi giorni dall’uscita sul mercato in un immaginario mondo futuristico, viene infettata da un virus capace di far prendere coscienza della propria esistenza a Solo (Diego Abatantuono), personaggio principale del gioco.
Quindi, ambientato nell’universo del cyberpunk con un look generale che guarda in parte a "Blade runner" (1982) di Ridley Scott e in parte al quasi contemporaneo "Strange days" (1995) di Kathryn Bigelow, il film di Gabriele Salvatores, a quattro anni da "Sud" (1993), segue Jimi in un viaggio il cui scopo è duplice: ritrovare la fidanzata scomparsa e cancellare su sua esplicita richiesta Solo, il quale non ha alcuna voglia di essere copiato e venduto ovunque.
E il regista premiato con l’Oscar per "Mediterraneo" (1991), senza rinunciare a divagazioni ironiche (la sequenza del presunto mafioso con giacca strana è sicuramente una delle più note) e supportato dal notevole lavoro scenografico svolto da Giancarlo Basili ("Jack Frusciante è uscito dal gruppo"), si riconferma uno degli addetti ai lavori più tecnicamente dotati del nostro paese, mentre sullo schermo sfilano, tra gli altri, i volti di Amanda Sandrelli ("Non ci resta che piangere"), Sergio Rubini ("Al lupo, al lupo") e Stefania Rocca ("Palermo Milano solo andata").
Con immancabile tripudio di dialetti nei dialoghi, elemento che, nonostante i cupi toni della fotografia di Italo Petriccione ("Marrakech express") e la presenza di qualche effetto digitale, spinge in parte lo spettatore a storcere il naso, già poco propenso ad accettare una storia di fantascienza su celluloide che vede interpreti Diego Abatantuono e Claudio Bisio, coppia solitamente sinonimo di risata vista al servizio di Salvatores per titoli come "Turnè" (1990) e "Puerto escondido" (1992).
Ciò che ne viene fuori appare allora semplicemente come l’apprezzabile tentativo di riportare nei cinema italiani un genere da sempre poco cavalcato dalle nostre parti, all’interno di cui, però, non solo l’abbondanza di dialoghi finisce per rendere fiacca la narrazione, ma si lascia tranquillamente interpretare quale maldestro stratagemma per camuffare la solita pochezza di mezzi.
E alla fine viene anche da chiedersi per quale motivo i cineasti dello stivale emersi nell’ultimo decennio del XX secolo cerchino sempre di conferire un tanto presuntuoso quanto dannoso tocco intellettuale (autoriale?) ad una tipologia di spettacolo popolare il cui fascino è sempre stato evidente quando essa rimaneva tale.
Vi dicono niente "Terrore nello spazio" (1965) di Mario Bava o i rozzi ma coraggiosi fanta-movie di Anthony M. Dawson alias Antonio Margheriti?

La frase: "Più vai avanti più il gioco si complica, deve succedere sempre qualcosa se no chi gioca si annoia, è così, sono le regole".

Francesco Lomuscio

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