Max Payne
Per tutti coloro che hanno trascorso giornate intere con joypad alla mano nel tentativo di portare a termine la movimentatissima avventura di Max Payne, poliziotto ribelle in trench nero protagonista dell’omonimo videogioco sparatutto prodotto da Rockstar North, ascoltare all’interno di una sala cinematografica i nomi di personaggi come l’agente degli affari interni Jim Bravura, la mafiosa russa Mona Sax o il veterano di guerra attivo nel mondo degli stupefacenti Jack Lupino, non può fare a meno di provocare un vero e proprio brivido sulla pelle.

Eppure il regista John Moore, che fa calare il bravo Mark Wahlberg ("E venne il giorno") nei panni dell’antieroe determinato a scovare i responsabili dello sterminio della sua famiglia in cui non pochi avrebbero voluto vedere Clive Owen, memore probabilmente del suo remake de "Il presagio" tende a trasformare in un horror con brevi parentesi action un’esperienza videoludica che, al contrario, presenta le fattezze di racconto d’azione immerso in atmosfere vicine a quelle dei film dell’orrore.
Con un buon cast che comprende anche Beau Bridges ("I favolosi Baker") e Olga Kurylenko (la bond girl di "Quantum of solace"), infatti, questa versione su celluloide di "Max Payne" spinge maggiormente il pedale sugli elementi soprannaturali, trovando inoltre il suo più grande punto di forza nel look generale, a metà strada tra le detective story degli Anni Settanta ed i noir di almeno tre decenni prima, il quale, grazie ai toni cupi della curata fotografia di Jonathan Sela ("Omen-Il presagio", appunto), fornisce un’innevata e prevalentemente notturna metropoli piuttosto fedele allo scenario di svolgimento del videogame.
Quindi, vengono visivamente concretizzati i pericolosi effetti della droga valkirya, ma l’eccessiva attenzione rivolta al lato estetico dell’operazione sembra contribuire in maniera negativa sul progressivo appiattimento della regia.
Di conseguenza, al di là di sequenze come quella ambientata nel locale "Ragna Rock", si dimentica di dare importanza proprio al fondamentale aspetto relativo all’effetto liberatorio, scopo principale del gioco, tanto che, più del film di Moore, ne trasmette bene o male le stesse emozioni "Shoot 'em up-Spara o muori!" di Michael Davis, guarda caso interpretato dal citato Owen abbigliato con trench nero.

La frase: "Io non credo nel paradiso, credo nel dolore, credo nella paura, credo nella morte".

Francesco Lomuscio

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