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Maternity Blues











A quattro anni dal non disprezzabile "Il rabdomante" (2007), non solo si tratta del secondo lungometraggio diretto da Fabrizio Cattani con Andrea Osvart protagonista, ma anche del secondo concepito dal regista toscano tramite il sistema denominato "The Coproducers", ovvero in co-produzione tra tutti i partecipanti che, in cambio del loro contributo finanziario, lavorativo o artistico, diventano proprietari di una quota di diritti del film.
Un dramma su celluloide che, tratto dall’opera letteraria "From Medea" di Grazia Verasani, vede la bella protagonista de "La fine è il mio inizio" (2010) nei panni di Clara, colpevole d’infanticidio rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario insieme alle "colleghe di condanna" Eloisa, Rina e Vincenza; rispettivamente con i volti della Monica Birladeanu di "Vallanzasca - Gli angeli del male" (2010), della Chiara Martegiani vista in "Meno male che ci sei" (2009) e della Marina Pennafina dal curriculum prevalentemente legato al piccolo schermo.
E, al di là di una sorprendente Birladeanu, è proprio la prova di quest’ultima a rappresentare il maggiore pregio di quella che, come il titolo suggerisce, presenta i connotati di una pellicola riguardante una sindrome assassina, la depressione post partum che porta una madre a uccidere il proprio figlio.
Una pellicola i cui circa novantacinque minuti di durata, comprendenti nel cast anche il Daniele Pecci di "Manuale d’amore 3" (2011) e il Pascal Zullino che già interpretò la succitata fatica precedente di Cattani, intendono principalmente testimoniare quanto ostinato e resistente possa essere il cuore di una donna.
Ma girando di continuo intorno all’argomento centrale, senza giudicare né giustificare il poker femminile protagonista, e, di conseguenza, conferendo l’impressione di non riuscire ad approdare a nessuna conclusione.
Con la noia destinata ad essere trasmessa non poco allo spettatore, il quale, nonostante una regia a tratti niente male, non può fare a meno di riconoscere dialoghi degni di una qualsiasi canzone "leggera" italiana e, soprattutto, le fattezze del classico figlio di celluloide del "televisivismo" nostrano d’inizio terzo millennio (tra l’altro, ricordiamo che la Martegiani proviene dal defilippiano "Amici").
Probabilmente un blues lo è… ma eccessivamente lento.

La frase:
"Non sempre una madre uccide il proprio figlio per colpa di una grave patologia mentale".

a cura di Francesco Lomuscio

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