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Loin des hommes









Algeri, 1954. Daru è un insegnante di francese in un piccolo villaggio. Una sera gli viene affidato il compito di scortare un dissidente fino alla gendarmeria, lontana svariati giorni di cammino. Si ritrova così costretto a condividere un viaggio e un’intimità con Mohamed, tra grandi ostacoli ed ovvi pericoli.
David Oelhoffen, regista francese qui al suo secondo lungometraggio, ha potuto contare su una produzione internazionale che gli ha permesso di poter collaborare con un attore del calibro di Viggo Mortensen, spalleggiato dal (per ora) meno conosciuto Reda Kateb, già visto in “Zero Dark Thirty” e “Tutto sua madre”. Il suo debutto, l’apprezzatissimo “Nos retrouvailles”, risale a ben sette anni fa. Il tempo dedicato alla genesi di “Loin des hommes”, tuttavia, ha tutta l’aria di essere molto minore di questo gap. 110 minuti di un viaggio interminabile raccontato con un ritmo che renderebbe ardua la visione ad un insonne. I due protagonisti vagano per il deserto algerino, calato in un silenzio che vorrebbe essere contemplativo, ma l’unica cosa su cui si riesce a riflettere è il grande vuoto che si cela dietro il film. La stessa sensazione viene restituita dagli ampi spazi su cui “Loin des hommes” continua a insistere per tutta la propria durata, con inquadrature su immensi paesaggi spogli che, non essendo nemmeno interessanti esteticamente, finiscono per scivolare nel gratuito.
Le situazioni presentate sono le stesse viste, riviste e straviste in film simili e migliori. I rapimenti, l’incontro con i ribelli, le confidenze notturne di fronte ad un falò non hanno assolutamente nulla da aggiungere a un patrimonio di immagini e dinamiche posseduto da qualunque amante del Cinema. I personaggi sono poco più che macchiette, tra Kateb pronto a sacrificarsi pur di salvare la vita della propria famiglia e Mortensen che ricorda fortemente una versione anglo-francese di don Matteo. Ad un primo sguardo, per tempi e stile il film potrebbe sembrare davvero meritevole e denso di riflessioni, ma a ben guardare sotto la superficie non si nasconde proprio niente, soprattutto niente che non si sia già visto tante, troppe volte. Oelhoffen non osa nemmeno per un secondo, e si appoggia comodamente su strade già battute e linguaggi già indagati, ma senza comprenderli fino in fondo e senza avere alcun pensiero da proporre.

La frase:
"Perché facciamo iniziare la storia nel 3.000 a.C.?”".

a cura di Luca Renucci

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