La ragazza delle balene
Nelle tradizioni Maori di molti piccoli centri della Nuova Zelanda esistono leggende che ancora oggi continuano ad influenzare la vita di tante persone. Malgrado il progresso e la "globalizzazione", alcune comunità ancora seguitano a vivere seguendo criteri ancestrali. "La ragazza delle balene" parla proprio di una di queste leggende.
Più di mille anni fa esisteva sulla terra un eroe che si chiamava Paikea, colui che viaggia sul dorso della balena. Questo personaggio evitò grandi calamità al suo popolo. Oggi ogni primogenito maschio, della famiglia che comanda il villaggio, discende da quella nobile stirpe e deve condurre la sua gente lontano dai pericoli che attanagliano il loro mondo. Ma che succede se invece di un bambino, nasce una bambina (per giunta unica sopravvissuta di un parto gemellare dove la madre e l'altro gemello maschio hanno avuto la peggio)?
Il film vuole far capire come i pregiudizi sono sbagliati e pericolosi fino a ritorcersi contro gli stessi personaggi che li impongono. Pai, la bambina sopravvissuta, deve combattere fino allo stremo delle forze per farsi accettare dal nonno, che la rifiuta in quanto primogenita femmina. La testardaggine di Porourangi (il nonno) non gli fa vedere la straordinarietà che ha davanti agli occhi.
Il film di Niki Caro (già regista di "Memory & desire") è sì un film sull'inutilità dei pregiudizi, ma è anche un film su un attaccamento fortissimo alle radici. Se si riuscisse a sconfiggere la superstizione rimanendo fedeli alle proprie tradizioni, solo allora la fierezza di far parte di un gruppo (o un popolo, o una civiltà etc.) si rivelerebbe veramente pura. Nel suo affrontare un bisogno delle radici storiche e leggendarie contro un appiattimento che sta sempre lì in agguato, così come nella denuncia dei pregiudizi che qui coinvolgono una ragazzina, ma che andrebbero letti in chiave universale, consapevoli che purtroppo esistono ancora molte civiltà dove la donna è bistrattata per tutta la vita, il film regge. Però se gli intenti sono buonissimi non si può dire altrettanto della forma con la quale questi argomenti sono trattati.
"La ragazza delle balene" poteva essere un film straordinario, e invece finisce con l'essere un film carino. Dispiace moltissimo vedere dei frammenti di grandissimo cinema (da ricordare almeno il ritrovamento delle balene, con dei colori ed un'atmosfera veramente strabilianti) accanto ad una storia che si "auto - banalizza". Se tutto il racconto fosse stato trattato allegoricamente sul confine che divide la leggenda dalla vita quotidiana, ci saremmo trovati davanti ad un mezzo capolavoro (oltre alla bellissima fotografia, la colonna sonora scritta da Lisa Gerrard, ex componente dei Dead Can Dance nonché vincitrice di un Golden Globe per la colonna sonora de "Il gladiatore", è molto suggestiva). Invece alla fine ci troviamo davanti una favoletta dove tutti i personaggi devono lottare per non oltrepassare la soglia che li farebbe diventare quasi macchiette.
A questo punto tutto sta alla regista, visto che le basi ci sono, scegliere la strada di un cinema lineare fin dalle basi, o invece addentrarsi con più difficoltà nei meandri di un cinema che usi le cose terrene per trasportarle in una sorta di simbolismo spirituale. Tutti e due i tipi di cinema sono legittimi e necessari, ma bisogna pur scegliere! Ed è per questo che aspetteremo con impazienza la "difficile terza opera". Speriamo bene.

Renato Massaccesi

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