La mia vita a stelle e strisce
Massimo Ceccherini ci riprova con una commedia dal sapore tutto americano, mettendo in scena lo sconvolgimento della vita di un contadino toscano (Lando) all'arrivo degli zii d'America in Italia. Nonostante una buona idea di partenza - le abitudini sempliciotte e "campagnole" dell'uno stravolte dall'invasione di elettrodomestici tecnologici, della marcia militare alle 5 del mattino, di footing, videogames e quintali di cibo degli altri -, il film pare inciampare ad ogni piè sospinto.
Ceccherini non sembra affatto in forma smagliante: strappa sì e no qualche sorriso ogni tanto, sfrutta troppo la volgarità verbale e troppo poco il suo potenziale di mimica facciale; la storia è debole: noiosa e ripetitiva nella prima parte e poco credibile nella seconda; la regia, dello stesso Ceccherini, è incomprensibilmente "stonata": inquadrature elementari, fotografia opaca e dialoghi spenti. Senza considerare, poi, le numerose scene (ai limiti del trash) della pachidermica zia Giuly (Manuela Magherini), che ci "delizia" ora con grasse abbuffate di cibo, ora con esalazioni gassose corporali di ogni sorta, ora con sedute interminabili in quel "bagno italiano troppo piccolo"...
Piacevole (e unica) sorpresa, invece, è stata Victoria Silvstedt: nel ruolo della conturbante cugina made in USA, la bella svedese interpreta il suo personaggio con semplicità ed un pizzico di ironia, suscitando addirittura tenerezza di fronte al suo genuino entusiasmo durante la 'visita guidata' a Firenze. Certo, questa spontaneità potrebbe essere anche dovuta al fatto che la Silvstedt non abbia dovuto far altro che recitare la parte di se stessa ai tempi della "turista straniera in Italia", ma le concediamo volentieri il beneficio del dubbio.
La mia vita a stelle e strisce, che nasce oltretutto dalla collaborazione di Ceccherini con lo sceneggiatore che risponde al nome di Giovanni Veronesi, si riduce insomma ad una carrellata di stereotipi, banalità e comicità spicciola che, invece di suscitare simpatia, finisce per infastidire letteralmente la visione.
In definitiva, il tacchino (che pure fa una brutta fine) e lo splendido paesaggio toscano sono, all'uscita dalla sala, le uniche cose che restano negli occhi e nel cuore di uno spettatore semplicemente attonito.

Laura Spina

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