La febbre
Durante la conferenza stampa di presentazione del film D'Alatri ha auspicato una rinascita del cinema commerciale in Italia. Non si è capito bene se includendo o lasciando fuori il suo ultimo lavoro. Noi, rapportandoci unicamente al mercato cinematografico nostrano, tenderemmo ad includerlo.
La febbre è il classico film italiano, che vuol raccontare una storia normale, di tutti i giorni, e che per farlo non trascende dai canoni della buona creanza del plot, e da quel pizzico di amara critica sociale che lo rende molto politically correct.
D'Alatri infatti sceglie una storia senza picchi emozionali o visivi, con risvolti e situazioni tipiche per un certo tipo di cinema, affrontando il tutto con una messa in scena scanzonata e senza pretese.
Anzi, a dire il vero qualche pretesa ce l'ha, ma i frequenti e costanti stacchi e dissolvenze in digitale ottengono spesso l'effetto contrario a quello desiderato.
Fatte queste dovute precisazioni, non si può negare che per impatto produttivo e distributivo il film del già regista di "Casomai" segnala una certa tendenza positiva nel cinema italiano, evidenziata da una notevole iniezione di fiducia (finanziaria) nel progetto. E bisogna anche dire che D'Alatri sa mescolare e filtrare con cura il suo cast, mettendo insieme un one-man-show come Fabio Volo ad attori di teatro bravi e spesso sconosciuti al grande pubblico. Si pensi alla notevole Valeria Solarino, o all'ottimo Vittorio Franceschi, giunto al suo primo impatto con il grande schermo a cinquant'anni suonati.
La sceneggiatura, che ha visto la partecipazione di Starnone, tiene ben coesa la storia, scadendo però al suo interno in superflue scene oniriche, spesso anche mal girate, e in dialoghi spesso frammentari e privi di raccordo. Ad essere buoni si potrebbe credere che sia la volontà di D'Alatri di "reinventare la realtà, non portarla in scena così com'è", ma ci riesce veramente difficile.
La storia dell'impiegato Mario Bettini, geometra comunale come si definisce nel film, passa così tra luci e ombre attraverso gli amici, il sogno di aprire un locale, il posto fisso, la mamma e il fantasma del padre e il grande amore di una vita. E D'Alatri ci fa capire che di un film "politico" si tratta, dopo più di un'ora e mezza di film, in modo smaccato e ridondante. Ma a questo punto gli si perdona la poca grazia, tanti e tali sono le ombre più gravi che ricoprono il film.
Un peccato tutto sommato, perché con un mix artistico e tecnico così potenzialmente ben riuscito, supportato da una così gran fiducia da parte della produzione, sarebbe potuto uscire qualcosa di diverso dalla (oramai) solita "storia italiana".

Pietro Salvatori

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