La canarina assassinata
Il titolo fa riferimento ad un poco conosciuto romanzo degli Anni Venti, tirato in ballo da Daniele Cascella – qui al suo primo lungometraggio da regista dopo una lunga carriera come aiuto per nomi del calibro di Pupi Avati e Giuseppe Tornatore – all’interno di una vicenda ambientata in una splendida villa immersa in un parco del viterbese, sfruttata dallo squallido produttore senza scrupoli Alberto Ravelli, con il volto di un ottimo Bruno Armando ("Libero burro"), per costruire il suo nuovo film, diretto dal non più giovane Franco Angelini interpretato dal bravo Ignazio Oliva ("Scusa ma ti chiamo amore").
Quindi, con Caterina Vertova ("Natale a Miami") e Paolo De Vita ("Il caimano") a fare da padrona e maggiordomo dell’abitazione ed uno stuolo di validi vecchi e nuovi volti che spaziano da Remo Remotti ("Nero bifamiliare") e Chiara Conti ("Do you like Hitchcock?-Ti piace Hitchcock?") agli esordienti Marco Cassini e Lorenzo Monaco, un film nel film che affronta la non troppo rosea situazione del cinema italiano d’inizio millennio, soprattutto quello concepito con pochi soldi e tanta indipendenza.
Un cinema fatto di provini legati ad intrallazzi tra produttori ed onorevoli, dei soliti giri di attori e di malinconici registi che sfornano film per il solo incontenibile bisogno di raccontare storie attraverso le immagini in movimento, pur sapendo che difficilmente avranno una distribuzione ufficiale, testimoniando – anche se in maniera mai eccessivamente seriosa – il quadro pessimista di un ambiente in cui è semplice deprimersi perché si va facilmente dalle stalle alle stelle, ma nel quale finisce spesso per essere depresso anche chi è sempre alle stelle.
Un cinema vittima del piccolo schermo e raccontato da Cascella per mezzo di un’opera prima che, partendo da un diroccato e metaforico Nuovo Cinema Paradiso, non ha nulla da invidiare, per quanto riguarda la tecnica e la messa in scena, a produzioni realizzate con capitali decisamente più alti, trovando i suoi piccoli difetti soltanto in un ritmo tendente alla discontinuità e, soprattutto, nella sottotrama gialla meritevole forse di uno sviluppo maggiormente accurato, in quanto disturbata da un’ironia non sempre funzionante.
Un’opera prima che vale comunque la visione, ma la cui tematica spinge infine a chiedersi se, al di là degli addetti al settore, il pubblico ordinario, lontano dal vero significato di luci e mezzi di ripresa, riuscirà ad apprezzarla.

La frase:
- "Ma allora questo è il paradiso dei registi di cinema?
- "Ma cosa ti aspettavi, un set hollywoodiano? Per i registi di cinema italiani c’è questa desolazione qua".

Francesco Lomuscio

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